Direzione Pd, Bersani va alla conta. Relazione approvata, Modem non vota

(fonte: www.repubblica.it)

ROMA – Pier Luigi Bersani vuole la conta. E alla direzione del Pd che lo ascolta chiede di votare sulla sua relazione. I veltroniani prima annunciano il no, poi, dopo aver ascoltato la replica del segretario, ci ripensano e annunciano la non partecipazione. Alla fine, il testo viene approvato con con 127 sì, 2 contrari e 2 astenuti. A favore della relazione ha votato anche l’area Marino. E rientrano anche le dimissioni annunciate nel pomeriggio dai “Modem” Fioroni e Gentiloni.

Bersani: “Serve chiarezza”.
I prossimi mesi decideranno per i prossimi anni, sono alla ricerca del massimo di unità visto il passaggio delicato” dice il segretario. Ma, aggiunge, “serve anche chiarezza e chiederò che la direzione si assuma le sue responsabilità attraverso un voto”. Poi un nuovo appello all’unità del partito: “Sento la necessità di fare un forte richiamo a uno stile di discussione composto e solidale. Non possiamo accettare che una deriva di stile di questo genere ci indebolisca in un anno di combattimento”. Parole che non convincono l’area veltroniana: Movimento democratico voterà contro” annuncia Paolo Gentiloni. Bersani li sfida: “Bisogna essere chiari: tutte le proposte sono perfezionabili e migliorabili. Se si intendono contestare, bisogna presentare altre proposte e che si capiscano”.

Una spaccatura che l’ex popolare Franco Marini minimizza: “Nessun dramma. E’ democrazia se un partito ha una

maggioranza e un’opposizione. E’ la cosa più normale del mondo”. Sarà, ma dopo poco Claudio Bressa della minoranza di Areadem, polemizza duramente con Fioroni e Gentiloni, due esponenti di Modem che hanno incarichi nel partito: “Come si può continuare a gestire importanti incarichi in un partito di cui non si condivide la linea?”. Immediata la reazione: “Se le cose stanno così, rimettiamo il nostro mandato”. Uno strappo ricucito in serata dopo che lo stesso leader democratico ha preso le distanze dall’esponente dell’area di Franceschini.

Bersani cita Moro.
Secondo Bersani, che cita Aldo Moro e la sua strategia “della terza fase” per uscire dall’emergenza, il Pd deve mettersi “alla guida della riscossa italiana o il Paese si disgrega”. Perché quello attuale, continua, non è un passaggio “ordinario”: “La situazione è molto seria, per certi versi pericolosa. C’è una perdita di orizzonte”. Bersani cede per il suo partito una missione, quella di avere “una funzione ricostruttiva e costituente di una nuova Italia. Teniamo il passo e andiamo avanti”.

Alleanze.
E’ in quest’ottica che si inserisce il discorso sulle alleanze. Il perimetro delineato dal segretario prevede che si discuta il progetto “sia con le forze di sinistra e di centrosinistra interessate a una reale, stringente e non ambigua prospettiva di governo, sia con le forze di opposizione di centro e che si dichiarino di centro”. Restano fuori “le forze impegnate nella ristrutturazione del centrodestra”. Ma attenzione, sottolinea il segretario nazionale, “noi non siamo quelli che bussano alle porte per vedere chi ci fa entrare: noi diciamo quello che secondo il Pd serve al Paese. Alla fine si tireranno le somme”. E anche Massimo D’Alema sposta in avanti l’orizzonte temporale: “Sulle alleanze non c’è nulla decidere. Non ci sono le elezioni”.

Attacco a Berlusconi.
Il segretario vede un bivio davanti a Berlusconi. Da una parte “navigare a vista con limiti e condizionamenti”, dall’altra “tentare lo strappo forzando la mano, magari affidando il compito alla Lega”. Dunque, insiste l’ex ministro del governo Prodi “se vogliamo rimontare un decennio berlusconiano dobbiamo lavorare immaginando un’agenda riformista per i prossimi dieci anni”. Che comprende anche una riforma della legge elettorale che preveda il doppio turno con quota proporzionale. Oggi, continua Bersani “è necessario che la politica indichi una nuova strada a queste risorse e queste energie. Il Pd deve mettersi alla testa della riscossa del Paese altrimenti si rischia che l’Italia si disgreghi. La capacità di riforme può venire solo da noi, la destra non è stata capace di fare le riforme”. Nella replica, il segretario sottolinea l’obiettivo di fare incontrare progressisti e moderati:  “Io il Pd lo voglio centrale, mi piace pensarlo come perno della giostra. Se non uso l’espressione ‘vocazione maggioritaria’ è perché, avendola noi sbandierata, alla fine ci siamo ritrovati da soli. Voglio invece parlare di autonomia perchè non ci staremo a fare come abbiamo fatto con l’Unione. Il nostro sforzo è quello di fare incontrare i progressisti e i moderati”.

Primarie. “Nessuno le vuole abolire ma per salvarle bisogna riformarle. Serve una riflessione su come funzionano”. Bersani entra così nelle polemiche sulla consultazione popolare per la scelta dei candidati. Rilanciando la neccessità di nuove regole.

Federalismo.
“Noi abbiamo la nostra proposta sul federalismo, le nostre discriminanti e non accetteremo un federalismo sgangherato e delle nebbie” dice Bersani, spiegando anche che “non ci impressionano i giochi tattici come quelli della Lega”.

Conferenza nazionale. Sarà un appuntamento che si dovrà tenere entro la fine di quest’anno. L’obiettivo è “una discussione che parta dalla testa. Bisogna cioè parlare della democrazia che abbiamo in mente e dell’evoluzione democratica in Italia”. Bersani, poi, torna ad attaccare il populismo del Pdl: “Potevamo anche chiamarci Popolo democratico, ma abbiamo scelto Partito democratico e siamo gli unici ad averlo fatto. Questo avrà qualche legame con il fatto che vogliamo lottare con il populismo? Avrà qualche legame con il fatto che Berlusconi vuole chiamare Italia il suo partito? In attesa che Berlusconi lo chiami ‘mamma’…”.

Fiat. Bersani, inoltre, chiede “nuove regole sulla rappresentanza”, conferma che il Pd rispetterà l’esito del referendum su Mirafiori e critica il governo che ha lasciato soli i lavoratori. ”Ieri Berlusconi avrebbe dovuto farsi spiegare dalla Merkel come ha gestito la crisi dell’auto e della Opel. Obama ha fatto lo stesso e anche Sarkozy. Solo Berlusconi e’ stato con le mani conserte”. Perplesso il sindaco di Torino Piero Chiamparino: “Mi aspettavo parole più nette e certe a sostegno del sì. Devo andare via, ma mi sarei astenuto”. Mentre D’Alema circoscrive il disagio interno: “Lo provano in pochi. Un partito non può invadere il campo del confronto sindacale ma Bersani ha fatto bene a sottolineare che manca un’azione della politica”. Nella replica conclusiva Bersani torna sul tema: “Il caso Fiat è complesso. Non ho mai visto un operaio Fiat che chiede ai politici di pronunciarsi con un sì o con un no”.

I veltroniani. Prima della replica del segretario, Gentiloni aveva criticato l’impostazione della relazione di Bersani, proprio a partire dalla questione Fiat: “Dobbiamo stare dalla parte di Marchionne? Non è questo il punto. Ma il Pd dovrebbe essere a sostegno del ‘si’ all’accordo di Mirafiori in maniera esplicita”. Quanto alle alleanze, i Modem pensano che “sia sbagliato continuare a inseguire il miraggio di un cartello elettorale che va da Vendola a Di Pietro fino al terzo polo”. Quindi Gentiloni invita il partito a “evitare di rinchiudersi all’angolo”. “E’ giusto guardare avanti ma dobbiamo farlo sapendo che l’accordo con il terzo polo non c’è e in ogni caso non ci garantisce sulla possibilità di iscrivere in questa ricerca dell’accordo la limpida forza riformista che noi rappresentiamo”. Infine Gentiloni affronta il tema del voto finale: “Io avrei esclusa l’esigenza di un voto finale Bersani tuttavia lo chiede e noi anticipiamo a questo punto la nostra decisione di votare contro”. Ma dopo le precisazioni del segretario su Fiat e sulla politica delle alleanze, i veltroniani annunciano la non partecipazione al voto. Per l’area Modem sono da apprezzare i riferimenti alle tesi di Pietro Ichino sul lavoro e il passaggio in cui Bersani parla di Pd come “perno” di una alternativa.

I rottamatori. Al lombardo Pippo Civati, le parole di Bersani non piacciono: “Quella in campo è una strategia pericolosa che ci allontana dagli elettori. Non è stato fatto alcun lavoro sulla coalizione che c’è già, mentre quello su una coalizione più ampia non è concreto”.

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