Marino scuote il Pd: “Senza primarie tradiamo gli elettori”

FEDERICO GEREMICCA (www.lastampa.it)

ROMA
Gli argomenti sono duri, certo. Infatti punta l’indice contro gli oligarchi, i capibastone, le decisioni misteriosamente assunte al di fuori di ogni sede di direzione: fino all’idea, suicida, di congelare le primarie per poi magari buttarle a mare. Ma i toni, piuttosto che rabbiosi, sembrano di amarezza e delusione. Perché la verità è che il professor Ignazio Marino – un luminare, nel suo campo – si sente quasi espulso dal Pd: come se il Partito democratico avesse lentamente maturato una forma di rigetto verso quegli esponenti della “società civile” prima corteggiati e invocati, e poi messi in un cantuccio. «Anche a me – confessa – quando la faccenda si fa complicata, capita spesso di sentirmi dire “lascia fare a noi, che di politica ce ne intendiamo”… Largo ai professionisti, insomma. Ma almeno facessero bene e vincessero, questi scienziati della politica. Le dico la verità: da loro non mi farei operare mai…».
Battute a parte, cosa succede al Pd, professore? E’ come se l’intero progetto stesse andando in malora…
«Il fatto è che con la nascita del Pd noi avevamo stretto un patto con i cittadini-elettori, promettendo una modernizzazione della politica e una selezione delle classi dirigenti effettuata in base a principi di competenza e con strumenti – le primarie, appunto – che favorissero il massimo della partecipazione. Quel che sta succedendo è sotto gli occhi di tutti: e si tratta, semplicemente, del tradimento di quell’impegno».

Tradimento addirittura?
«Scelga lei la parola più adatta, tanto la sostanza non cambia. E la sostanza, per esempio, è che l’entusiasmo che accompagnò i grandi numeri delle primarie che incoronarono Prodi, si è del tutto spento. E a me, oggi, viene addirittura il dubbio che fosse finto: c’era entusiasmo, forse, perché l’idea era quella di primarie-plebiscito intorno a un candidato prescelto dal gruppo dirigente. Poi, appena si è capito che le primarie potevano anche comportare dei rischi, la musica è cambiata».

In che senso?
«Nel senso che c’è chi proprio non riesce ad accettare l’idea che gli iscritti e gli elettori possano condizionare anche scelte politiche importanti: eppure siamo nell’era di Internet, della comunicazione globale, del confronto a tutto campo. Oligarchi e capibastone, invece, vogliono le mani libere: e pensano sia ancora il tempo nel quale le decisioni, tutte le decisioni – da quelle sugli uomini a quelle sui programmi – possano essere prese all’antica».

Faccia degli esempi, per favore.
«Che Bersani e Vendola si vedano a pranzo e stringano un patto sulla testa di tutti, è un esempio di quel che non può più funzionare. Che per Torino, dico per dire, si ostacolino candidature alle primarie come quella di Roberto Tricarico – bravo e stimato assessore alla casa – per sostenere quella di Fassino, è un altro esempio da non seguire: condito com’è, in più, dalla propensione ad ritorno al passato sempre meno comprensibile, visto che è già stata punita in altre grandi città».

Che c’è di male, però, se Bersani e Vendola si incontrano per tentare di fare un po’ d’ordine nel grande disordine del centrosinistra?
«Il male è nell’idea che le cose si risolvano così, in un pranzo a quattr’occhi. Il male è nell’idea di una politica senza democrazia. Ora le racconto una cosa. Sa quand’è stata l’ultima volta che si è riunita la Direzione del Pd? Glielo dico io: il 23 settembre. Prima, ad agosto, Bersani aveva proposto la nascita di un governo di liberazione nazionale; poi, a settembre, ha lanciato il nuovo Ulivo; quindi, a ottobre, dopo un incontro con Vendola, ha proposto un ulivetto; a novembre ha rinunciato a far precipitare la crisi di Berlusconi, colto a mentire alla polizia per far liberare una sua giovane amica; a dicembre, infine, ha annunciato l’idea di mandare in soffitta le primarie sull’altare di un’alleanza con il terzo polo. Tutto questo, senza che se ne sia discusso una sola volta collegialmente: a meno che non si voglia dare addirittura dignità di organismo dirigente al cosiddetto caminetto, né scelto né votato da alcuno».

Ora però pare farsi largo l’idea di un Congresso anticipato, se la crisi della maggioranza di governo non precipita verso le elezioni. Ne sarà contento, no?
«Per niente. Il Pd ha già cambiato troppo segretari in così pochi anni: e si è visto, per altro, che non è questa la soluzione dei nostri problemi. A noi vengono chieste due cose, che poi erano le promesse sulla base delle quali è nato il Pd: un’idea netta della società che vogliamo – sul piano dei diritti, della laicità dello Stato, della bioetica e dell’ambiente – e un allargamento della partecipazione dei cittadini alle decisioni inerenti il partito e la cosa pubblica. Ripeto: queste promesse sono state tradite, ed è da lì – non da nuovi Congressi – che occorrerebbe ripartire».

Lei non è di quelli che considera ormai fallito il progetto stesso di Partito democratico… Saprà, naturalmente, che quest’idea si va piuttosto radicando.
«No, io non credo ancora che si sia di fronte a un fallimento. Ed è comunque un’idea alla quale non intendo rassegnarmi. Certo però che di tempo non ne resta molto. E’ necessario che ci si convinca – che i nostri dirigenti si convincano – che non siamo più nel secolo passato e che bisogna sveltire e innovare tanto sul piano delle idee quanto su quello della scelta dei dirigenti. Dei cosiddetti “rottamatori”, per fare un esempio, si può dire quel che si vuole, nel bene e nel male: ma è indubbio che da loro sia venuto un buon esempio di politica moderna, veloce, che dà spazio alle competenze e che non ha paura del nuovo. Una cosa del tutto diversa, insomma, dal “partito dei Cesari” al quale qualcuno pare non voler rinunciare…».

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