Il documento Veltroni – Fioroni – Gentiloni

(fonte: www.repubblica.it)

IL documento Veltroni-Fioroni-Gentiloni vuole promuovere un'”iniziativa forte e coraggiosa per il superamento della crisi del Partito democratico e per il rilancio del suo progetto di innovazione e riformismo”. Lo afferma il testo del documento stesso, assicurando che non si vuole dare vita a una corrente, ad uno “strumento chiuso nella logica della lotta interna, ma ad un Movimento che si proponga il rafforzamento del consenso al Pd e del suo pluralismo, coinvolgendo vorze interne ed esterne al partito, tornando ad appassionare energie che si sono allontanate e rischiano di disperdersi”.

“La nuova situazione politica che si va delineando dopo il fallimento del berlusconismo – si legge –  rende se possibile ancora più necessario per il Paese un Partito democratico più grande e più forte che voglia essere protagonista di una politica di riformismo e innovazione”.
Di seguito il testo integrale del documento.

1. La crisi politica del centrodestra è arrivata ad un punto di non ritorno. Dopo la rottura del Pdl, Berlusconi ha davanti a sé due strade: aprire la crisi di governo e invocare le elezioni, al caro prezzo di dover ammettere il fallimento politico della più consistente tenere in piedi il governo e la legislatura, ma al prezzo non meno alto di legittimare la presenza determinante, nella coalizione di centrodestra, di una forza e una leadership che si collocano in modo esplicito su una linea politicamente e culturalmente autonoma.

Qualunque sarà la scelta, è chiaro che si va concludendo un ciclo storico, quello segnato dall’egemonia sul centrodestra e sul Paese del populismo berlusconiano, che ha dimostrato in questi anni una indiscutibile capacità di rappresentanza di una parte larga e tendenzialmente maggioritaria della società italiana, ma non è riuscito a trasformarla in azione di governo all’altezza dei problemi del paese, adeguata ad affrontare in modo risolutivo i nodi che ostacolano lo sviluppo dell’Italia.

La crisi politica del centrodestra è dunque una crisi strategica: è il fallimento di un modello che ha preteso di governare il paese preferendo la delega carismatica alla responsabilità condivisa, la facile popolarità dei demagoghi al rischio dell’impopolarità degli statisti, la ricerca dei motivi di divisione del paese, compresi i più artificiosi, alla ricomposizione delle sue fratture reali, l’elogio dei suoi vizi ancestrali alla promozione delle sue virtù civili, fino alla concentrazione illiberale del potere – politico, economico, mediatico – che ha preso il posto della divisione dei poteri, fondamento di ogni democrazia liberale. Un potere tanto prepotente nella sua pretesa insindacabilità, quanto impotente dinanzi ai problemi dell’Italia, che sono stati abilmente agitati a fini di consenso, senza mai riuscire ad utilizzare il consenso per affrontarli in modo risoluto.

La crisi politica del centrodestra ha reso evidente come un simile modello possa nutrire l’ambizione di vincere la competizione elettorale, ma non assicurare la capacità di governare in modo stabile, credibile, affidabile una società plurale, articolata e complessa come la nostra e tanto meno quella di organizzare un programma di riforme adeguato alle necessità dell’Italia di oggi. Il fallimento del berlusconismo ha insomma dimostrato ancora una volta che il populismo è l’antitesi, la negazione dell’innovazione e del riformismo.

2. Il problema è che l’Italia ha più che mai bisogno di riforme, coraggiose e profonde. Perché, anche se sul piano congiunturale non sembrano esserci motivi di allarme immediato per la tenuta finanziaria ed economica del paese, dal punto di vista strutturale permangono e si sono anzi aggravate ragioni di seria preoccupazione.

La prima è il debito pubblico: negli ultimi 10 anni, otto dei quali affidati alle cure del centrodestra e del tandem Berlusconi-Tremonti, la spesa pubblica corrente primaria è aumentata al ritmo del 4,6 per cento l’anno, mentre l’avanzo primario si è azzerato. Il debito è quindi tornato al livello raggiunto a metà degli anni ’90, prima che iniziasse la vittoriosa corsa verso l’Euro.

La seconda ragione di preoccupazione è la caduta verticale della produttività: stagnante da più di quindici anni, nel 2009 la produttività del lavoro è tornata ai livelli del 1996. Mentre la produttività totale (che considera la quota di crescita ascrivibile a fattori quali il progresso tecnologico, la qualità del capitale umano, le prestazioni della pubblica amministrazione) è regredita al livello già raggiunto nel 1993.

È come dire che, come italiani, abbiamo mancato tutti e due gli impegni che avevamo assunto con noi stessi e con gli altri europei all’atto dell’ingresso nell’Euro: rientrare dal debito, facendo ogni anno avanzo primario; e imparare a competere sui mercati con la produttività, l’efficienza, la qualità, avendo rinunciato all’uscita di sicurezza della svalutazione.

Il fallimento di entrambi questi obiettivi ha invece prodotto una seria caduta di competitività: tra il ’96 ed oggi, la bilancia delle partite correnti con l’estero è peggiorata di sette punti, da un attivo del 3,5 del pil a un passivo del 3,5 previsto dall’Ocse per il 2011, a riprova che il Paese domanda costantemente, ormai, più di quello che produce. E poiché il reddito pro-capite, al netto dell’inflazione, può crescere solo se aumenta la produttività, la tendenza in atto è gravida di conseguenze negative per il livello di vita delle famiglie e in particolare per le prospettive dei giovani.

Il terzo motivo di seria preoccupazione per il presente e il futuro dell’Italia è la crescente disuguaglianza. La distanza che c’è in Italia tra chi ha troppo e chi ha troppo poco è tra le più grandi dei paesi Ocse: più diseguali di noi sono solo gli Usa, che però presentano una mobilità sociale a noi sconosciuta, e poi la Turchia, la Polonia e il Messico. E, ciò che è più grave, la nostra enorme spesa pubblica (52 per cento del pil) riesce appena a scalfire gli effetti di disuguaglianza prodotti dal mercato, che sono invece drasticamente abbattuti dalla pari spesa pubblica di altri paesi europei.

La malattia del nostro sistema-paese si comincia a cogliere nelle sue conseguenze più gravi, se si esaminano le dolorose fratture che si vanno allargando nella società italiana: la frattura territoriale Nord-Sud, che è tornata ad accentuarsi, fino a riproporre l’interrogativo sulla tenuta stessa dell’unità nazionale; la frattura generazionale, che vede per la prima volta i più anziani, non solo nell’impossibilità di assicurare ai più giovani una prospettiva di benessere migliore di quella di cui essi stessi hanno goduto, ma quasi rassegnati ad assistere ad un loro anche accentuato deterioramento; la frattura sociale, tra settore privato (determinato dal mercato) e sistema pubblico (gestito dalla politica), che sta alimentando un conflitto dalle caratteristiche nuove, in un certo senso inedite, con la contrapposizione tra mondo della produzione da una parte e sistema della spesa pubblica dall’altra; fino alla frattura di cittadinanza, che vede crescere il numero di lavoratori non cittadini e ora anche di figli di immigrati, nati, cresciuti e istruiti in Italia e che l’Italia, alle prese con la sfida inedita dell’integrazione etnica, culturale, religiosa, fatica a riconoscere come cittadini.

3. Ingiustizia sociale, inefficienza economica, debito pubblico: tre problemi di tipo strutturale, ciascuno dei quali è causa ed effetto degli altri. Solo una strategia che li aggredisca tutti e tre contemporaneamente può realisticamente proporsi di evitare un declino che potrebbe anche essere niente affatto dolce, ma anzi aspro, conflittuale, perfino violento. Se vuole restare una nazione, se vuole evitare il rischio di soccombere sotto le fratture che la minacciano, l’Italia ha bisogno urgente e drammatico di una stagione di riforme, coraggiose e profonde; di innovazione vera e giusta; di ridefinizione dei diritti e dei doveri di ciascuno, in una parola di un nuovo patto di convivenza civile che metta al centro la crescita, il lavoro, il futuro dei giovani.

Senza riforme, anche la timida ripresa in atto non diventerà crescita stabile, non riuscirà a creare occupazione e si dimostrerà quindi inadeguata ad invertire la tendenza del paese a perdere terreno in Europa e nel mondo.

L’Italia ha bisogno di riforme nel settore pubblico: per fare della spesa pubblica un fattore di competitività e per dotare il paese di un welfare della solidarietà e della responsabilità, che non si limiti a compensare le disuguaglianze, le marginalità, le esclusioni prodotte dallo sviluppo economico, ma nutra l’ambizione di ricostruire la cultura delle relazioni e di promuovere il rispetto della dignità e dell’unicità di ogni persona. Un welfare che promuova i diritti delle persone anche attraverso il sostegno alla famiglia e alle relazioni sociali.

Un welfare ripensato a misura delle giovani generazioni, che contrasti la precarietà con misure di sostegno al reddito e di accompagnamento da un lavoro all’altro e con nuove regole del mercato del lavoro che abbattano l’attuale regime di apartheid tra aree di lavoratori protette e garantite ed aree prive di qualunque tutela. Un welfare che investa più risorse nella formazione, nella scuola, nell’università, nella ricerca e sappia impiegarle meglio, premiando la competenza, il merito, i risultati.

I grandi mutamenti che hanno investito il mondo del lavoro, a causa dei processi di globalizzazione, possono essere governati in due direzioni: quella della radicalizzazione dello scontro sociale e politico, o invece quella di una nuova concertazione, di un nuovo patto tra produttori per la crescita e per l’equità sociale, fondato sulla consapevolezza della comunità di destino che unisce lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi, imprenditori piccoli e grandi.

L’Italia ha bisogno di una politica capace di ripensare il rapporto tra l’economia e la società. La crisi economica internazionale ci ha insegnato che non basta individuare regole adatte a eliminare le turbolenze dei mercati, occorre ripensare a fondo i rapporti tra politica e mercato, richiamando a tal fine l’ispirazione propria di un’economia sociale di mercato. Non bastano aggiustamenti parziali, di carattere tecnico o istituzionale, occorre darsi grandi mete sociali e politiche e sostenerle con forti ideali. Bisogna ripensare le stesse categorie fondamentali su cui si è costruito il patto sociale che ha sostanziato le democrazie del Novecento e i valori che le hanno ispirate, lavorando a delineare un nuovo modello di crescita, che si può sintetizzare nel passaggio da un’economia dei consumi a una orientata allo sviluppo umano.

Strategica è, a questo riguardo, una rivoluzione ambientale che innovi fortemente il settore produttivo, quello energetico, quello urbanistico, incoraggiando e sostenendo la sempre più nutrita schiera di imprenditori coraggiosi che stanno facendo della qualità la cifra di un nuovo “made in Italy”.

Non ci può essere sviluppo dell’Italia, se non si assume come priorità politica la lotta all’illegalità, il contrasto dei livelli politici e finanziari dei poteri criminali, la ricerca della verità sulle pagine più buie e opache della nostra storia collettiva, il prosciugamento delle ragioni sociali del consenso alle mafie nel Mezzogiorno.

È arrivato il momento di aprire una fase nuova del rapporto tra politica e giustizia. La politica deve assumere il punto di vista dei cittadini in termini di bisogno di legalità e diritto alla giustizia, uscendo finalmente dalla contrapposizione tra giustizialismo e legittimazione dell’illegalità e proponendo a tutte le forze della giustizia un tavolo comune di riforma. Diritti individuali dei cittadini e bisogno di legalità non sono infatti separati e separabili, ma possono vivere solo insieme.

4. Il ritardo accumulato è enorme, ma esistono le risorse per farcela: alcune migliaia di medie imprese si sono ristrutturate, e portano con sé, nella competizione internazionale, migliaia e migliaia di piccolissime aziende che sono il nerbo della nostra struttura produttiva, forti della qualità e della capacità “di fare” di milioni di lavoratori che vogliono vedere finalmente premiati, anche nel salario, la loro capacità e il loro impegno, attraverso un completo ridisegno del modello contrattuale. Nella pubblica amministrazione, la maggioranza dei lavoratori e dei dirigenti avverte come un’umiliazione anche personale la distanza tra i costi sopportati dalla collettività e le effettive prestazioni di servizio. Milioni di giovani, sui quali negli ultimi quindici anni si sono violentemente scaricate tutte le esigenze di flessibilità del sistema, potranno contribuire allo sviluppo solo se la loro partecipazione al mercato del lavoro avverrà superando l’attuale stato di segregazione cui sono costretti da regole ormai vetuste. Nel Sud, in particolare, la voglia di fare, l’intelligenza, la fantasia e l’impegno di milioni di giovani donne reclama politiche pubbliche capaci di introdurre disparità positive per il loro inserimento nel mondo del lavoro legale.

Una coerente strategia riformista può dunque contare su rilevanti forze sociali, unendole in un progetto che risponda ai bisogni dei più deboli facendo leva sui meriti dei più capaci. Questa strategia non può essere incardinata prevalentemente attorno ad obiettivi di difesa della realtà presente, aggredita dall’attacco della destra populista. Al contrario: l’alleanza da promuovere è tra chi ha bisogno del cambiamento, ma da solo non può realizzarlo perchè non sa, non ha, non può abbastanza e chi vuole il cambiamento, perchè sa progettarlo, ha interesse a promuoverlo, ha le relazioni necessarie per realizzarlo.

L’Italia aspetta, con un’impazienza che sta diventando disincanto se non rassegnazione, una proposta politica all’altezza della sfida storica dinanzi alla quale si trova. E se al fallimento della destra dovesse corrispondere una speculare inadeguatezza delle forze riformiste, incapaci di proporre un’alternativa credibile, affidabile, autorevole, il Paese correrebbe il rischio di una crisi di sistema, una crisi che potrebbe avere come sbocco la riduzione della libertà e della democrazia, in nome del bisogno emergenziale di decisione. Perché quando la democrazia si dimostra incapace di prendere le decisioni necessarie, si finisce inesorabilmente per cercare sedi di decisione senza democrazia.

5. Il Partito democratico è nato dalla consapevolezza del carattere decisivo del difficile passaggio storico che l’Italia si trova ad attraversare. Ed è nato con l’ambizione di rappresentare la proposta adeguata ad affrontarlo: non per un atto di presunzione, ma per la convergenza di diverse storie, culture, tradizioni riformiste, accomunate dal riconoscimento della propria inadeguatezza dinanzi alle sfide inedite del presente e del futuro e dalla volontà di concorrere alla costruzione di una risposta condivisa, aperta e innovativa.

Concentrando tutte le sue energie sull’obiettivo di avanzare una proposta innovativa al paese, il Partito democratico, sia pure in un quadro di sconfitta nella competizione sul governo, resa inevitabile dal fallimento dell’Unione di centrosinistra, ha saputo suscitare una grande speranza nella società italiana. E raccogliendo il consenso di un elettore italiano su tre, non solo ha posto la premessa principale di una strategia di riconquista del governo su un terreno di affidabilità e di innovazione, ma in un’epoca segnata dalla frammentazione e dal proliferare di partiti effimeri, personali, privi di vita democratica interna, ha dato un grande contributo alla rivalutazione, nel solco dell’articolo 49 della Costituzione, del ruolo del partito politico come istituzione civile, snodo essenziale del buon funzionamento della democrazia.

La crisi del berlusconismo rende questa prospettiva, la prospettiva costitutiva del Partito democratico, al tempo stesso ancor più necessaria e urgente, ma anche più realistica e praticabile: perché riapre la possibilità di uno spostamento profondo, di un sensibile riallineamento dei rapporti di forza politico-elettorali nel paese. A condizione, ovviamente, che si sia disposti a lavorare, ad impegnarsi a fondo per questo obiettivo, rinnovando in profondità, non i nostri principi e valori, di libertà, uguaglianza, fraternità, ma le parole e le cose con le quali li abbiamo tradotti nel secolo scorso e che oggi sono perlopiù incapaci di dare risposte adeguate alle sfide del nostro tempo. A condizione che si voglia e si sappia uscire dal recinto – territoriale, sociale, generazionale – dei consensi tradizionali, per aprirsi alla ricerca di nuovi apporti.

Così non è stato fin qui, o non lo è stato abbastanza, per responsabilità diffuse e condivise. Non si spiegherebbe altrimenti il paradosso per il quale il Pd è riuscito ad ottenere quasi il 34 per cento dei voti nel momento di massima difficoltà per il centrosinistra e di massimo consenso al berlusconismo e fatica oggi a stare sopra il 25 per cento, in piena crisi politica del centrodestra.

Ma nulla sarebbe adesso più sbagliato e contraddittorio, che affrontare la crisi politica e culturale del berlusconismo, sulla base dell’assunto della immutabilità dei rapporti di forza nel paese. Una visione così angusta e rinunciataria, così falsamente realista, spingerebbe i democratici ad arroccarsi in difesa, pigri e spaventati, quando è invece il momento di uscire allo scoperto e di avanzare proposte coraggiose e innovative.

Esempi di questa mancanza di coraggio, di questa vera e propria involontaria subalternità ad un pensiero unico, sono per un verso l’ipotesi neo-frontista e per altro verso quella neo-centrista: ipotesi che nel confuso dibattito interno al partito tendono peraltro a mescolarsi, ad alternarsi in continue svolte e controsvolte, rotture e ricomposizioni, che offrono l’immagine di un partito senza bussola strategica.

La prima ipotesi, quella neo-frontista, punta a raccogliere lo schieramento quantitativamente più vasto, talmente vasto da avere in comune solo l’avversario: un errore strategico, che in passato il centrosinistra ha già pagato caro, in termini di tenuta, di affidabilità, di credibilità, di autorevolezza. Riproporre oggi questa strategia, non solo avrebbe il sapore di una perseveranza nell’errore, ma significherebbe non cogliere la domanda politica del paese, che non è di schieramento, ma di contenuto, non è di alleanza contro, conservatrice e difensiva, ma di alleanza per, riformista e innovativa, e proprio per questo capace di attrarre nuovi consensi e di suscitare nuove energie. Significherebbe, in altri termini, restare dentro lo schema del berlusconismo, proprio mentre il paese cerca la via per uscirne.

Altrettanto inadeguata è l’ipotesi neo-centrista, che può valersi di quello che essa stessa definisce il duplice fallimento dei due poli del bipolarismo italiano, per proporre la riedizione di un modello di sistema politico che di fatto sottrae agli elettori la scelta del governo, per riconsegnarla al gioco, non di rado trasformistico, tanto più in un’epoca post-ideologica, delle relazioni tra le forze politiche. Anche questa ipotesi appare subalterna al berlusconismo, proprio in quanto accetta l’identificazione tra bipolarismo e berlusconismo, quasi il problema del Paese fosse quello di liberarsi della competizione bipolare, in quanto essa sarebbe il brodo di coltura del berlusconismo, e non invece quello di liberare il bipolarismo dall’ipoteca populista.

6. Ma il limite più grave di entrambe queste ipotesi è il loro rassegnarsi a vedere la politica ridursi a rappresentare le fratture della società italiana, anziché operare per ricomporle e superarle. Una rassegnazione che finisce peraltro per condannare il centrosinistra ad un destino minoritario.

Il Partito democratico è nato invece proprio per sconfiggere questa rassegnazione, per varcare questi limiti, per saldare queste fratture. Se vuole restare fedele a se stesso e soprattutto se vuole fondare la sua proposta di governo su basi solide, non politiciste, il Pd deve darsi una strategia di allargamento dell’area dei propri consensi, che faccia leva su un programma riformista, su un progetto innovativo per il Paese e su una classe dirigente fortemente rinnovata, attingendo a risorse che non siano solo quelle della politica tradizionale. Il Pd deve porsi l’obiettivo esplicito e dichiarato di allargare in modo cospicuo i suoi consensi e il suo radicamento ove oggi sono più deboli e fragili: a cominciare dal Nord, dal mondo produttivo, dalle nuove generazioni. Allo stesso modo, dopo lo scacco di una stagione di governo di gran parte delle regioni meridionali, il Pd non può accettare di considerare perduta la battaglia per la legalità e l’innovazione nel Mezzogiorno.

Il Pd deve perseguire questi obiettivi innanzi tutto agendo su se stesso, riprendendo la via dell’innovazione: perché senza un partito grande del riformismo, un partito a vocazione maggioritaria, capace di competere per il primato nel Paese e di attrarre e organizzare attorno alla sua proposta le migliori energie intellettuali e morali, sociali e civili, le stesse alleanze, come si dimostra oggi, sono più difficili e non più facili.

La vocazione maggioritaria del Partito democratico non è, non è mai stata, culto dell’autosufficienza, ma lo sforzo di pensare se stesso, la propria identità e la propria politica, come recita il Manifesto dei valori del Pd, “non già in termini di rappresentanza parziale di segmenti più o meno grandi della società, ma come proiezione della sua profonda aderenza alle articolazioni e alle autonomie civili, sociali e istituzionali proprie del pluralismo della storia italiana e della complessità della società contemporanea, in una visione più ampia dell’interesse generale e in una sintesi di governo, che sia in grado di dare adeguate risposte ai grandi problemi del presente e del futuro”.

Innovazione, innanzi tutto, della sua cultura politica, che non può ridursi a una riedizione regressiva del compromesso storico, né risolversi nella tardiva adesione alla socialdemocrazia, ma deve valorizzare appieno il pluralismo delle storie che in esso sono confluite, come base di partenza nel delineare i tratti di una nuova identità pienamente democratica. Un’identità che si sente parte del grande movimento democratico e progressista europeo e mondiale e che si esprime, in Italia, nel superamento degli storici steccati tra laici e cattolici, in nome della ricerca comune dei principi di un nuovo umanesimo: che riconosca alla dimensione religiosa piena cittadinanza nel dibattito pubblico e riaffermi il principio di laicità delle istituzioni e che accompagni la crescente sensibilità per le libertà e i diritti civili, con la maturazione di una nuova cultura della responsabilità.

Innovazione della sua proposta programmatica, che deve assumere con coraggio l’obiettivo di battere tutti i conservatorismi, compresi quelli tradizionali di centrosinistra, ponendo al centro il tema della democrazia decidente, attraverso le necessarie riforme istituzionali ed elettorali: rafforzamento dei poteri del premier e di quelli di controllo del Parlamento, regolazione del conflitto d’interessi, norme contro la concentrazione del potere mediatico e il controllo politico della Rai, differenziazione delle camere, riduzione dei parlamentari e una legge elettorale, come si legge nel documento approvato dall’Assemblea nazionale del Pd del maggio scorso, “di impianto maggioritario fondato sui collegi uninominali”.

Solo un Pd che si dimostri capace di espandere l’area dei suoi consensi e di rafforzare il suo radicamento nel paese può raccogliere attorno a sé un’alleanza riformista per il governo dell’Italia: una coalizione composta da poche forze medie attorno al partito grande, coesa ed omogenea, rigorosamente selettiva e proprio per questo affidabile e credibile. Perché solo un Pd forte e autorevole nel paese può incoraggiare evoluzioni positive, nella direzione di una responsabile e innovativa cultura di governo, da parte delle forze che si collocano nell’area della sinistra e stigmatizzare preoccupanti regressioni, incompatibili con la cultura politica e istituzionale del Partito democratico, come quelle che ha fatto registrare in questi due anni il movimento di Italia dei valori, che è passato dalla convinta sottoscrizione di un programma riformista alla legittimazione di atteggiamenti demagogici e intolleranti.

7. L’insieme di queste ragioni ci spinge a ritenere necessario promuovere una iniziativa forte e coraggiosa per il superamento della crisi del Partito democratico e per il rilancio del suo progetto di innovazione e riformismo.

Non intendiamo dar vita ad una corrente, ad uno strumento chiuso nella logica della lotta interna, ma ad un Movimento, che si proponga il rafforzamento del consenso al Pd e del suo pluralismo, coinvolgendo forze interne ed esterne al partito, tornando ad appassionare energie che si sono allontanate e rischiano di disperdersi e suscitando l’attenzione e l’interesse di settori della società italiana che la crisi politica e culturale del centrodestra ha rimesso in moto.

La nuova situazione politica che si va delineando dopo il fallimento del berlusconismo rende se possibile ancora più necessario, per il paese, un Partito democratico più grande e più forte, che voglia essere protagonista di una politica di riformismo e di innovazione.

È questo il nostro obiettivo, la ragione del nostro impegno politico.

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