Pd, la minoranza incalza Bersani: “O cambia o il partito è finito”

(fonte www.repubblica.it)

ROMA – “Credo che sia normale provare rabbia”. Beppe Fioroni inizia così il duro attacco alla linea Bersani dal palco dell’assemblea di Area Democratica. Un vero e proprio j’accuse che arriva dopo l’altrettando duro affondo di Walter Veltroni 1 di ieri. Sono davvero agitate le acque dentro la minoranza del Pd. Che continua a chiedere un “cambio di gestione”, minacciando, con alcuni suoi esponenti, abbandoni clamorosi. Oggi è stata la volta di Fioroni (il più duro), Fassino, Franceschini (che hanno escluso scissioni) e Cofferati. Toni diversi, anche se la critica alla segreteria di Pierluigi Bersani è comune.

“Tante volte – dice Fioroni – abbiamo detto che serve una svolta, che deve cambiare linea, profilo e io non voglio che Bersani dica a noi che siamo un disco rotto, noi siamo l’unico disco che può suonare il Pd. Bisogna chiedere alla segreteria di passare dalle parole ai fatti, fare la cosa giusta al momento giusto”. Non basta dare retta a Franco Marini e limitarsi a fare “resistenza”, continua Fioroni. Anche perché, così facendo, “la minoranza potrebbe trovarsi corresponsabile se c’è una gestione unitaria” che non condivide. E a quel punto “è meglio uscire da tutto, altrimenti sembriamo quelli che con il cappello in mano vanno a chiedere le poltrone”.   

E’ davvero “arrabbiato” l’ex ministro che critica la strategia delle alleanze, il modo in cui il partito si sta muovendo (“c’è un gruppo dirigente che si rifugia nella memoria o nella fotocopia, nel ricordo di ieri o nello scopiazzamento delle politiche degli altri”) e l’eventualità che, alla fine, questo comporti che il candidato premier sia espressione di un altro partito: “Non ne posso più dell’attesa del Papa nero, del Papa straniero che ci fa vincere, del Berlusconi di sinistra”.

E di “un celere cambio di passo” parla anche Piero Fassino. L’ex segretario dei Ds Pd rivendica la “lealtà” dei Area Democratica nei confronti della segreteria”, ma chiede a Bersani “di non rinunciare al Pd per il quale abbiamo speso tutti insieme energie”. Fassino allontana lo spettro della scissione e chiede un ricambio della classe dirigente. Mettendo in guardia dal “rischio di qualche silenziosa forma di abbandono delle nostre file perchè non si sentono a casa”. Un grande problema di fronte al quale “non possiamo girarci indietro” se il Pd vuole essere un partito del 30-40%.

Poi tocca a Dario Franceschini. Che nega “gelosie” nei confronti di Veltroni, difende il bipolarismo e frena sulle ipotesi di “scissione”: “Questo però non vuol dire non affrontare il disagio e il fatto che ci sono persone che dicono che qui non si sentono a casa loro, che fanno fatica a riconoscersi”. Non a caso Franceschini dice di aver notato, a proposito dei vari abbandoni che ci sono stati negli ultimi mesi, una certa “logica del lasciamoli andare. Abbiamo lasciato che esponenti del partito se ne andassero nel silenzio, senza dolore, perchè c’è chi pensa che tanto restano nel nostro campo e che insieme costruiremo una coalizione. Questo è fuori dalla ragione sociale del Pd”.

Davanti ad una situazione del genere, continua l’ex segretario democratico, non ci si può “voltare dall’altra parte ma bisogna tenere il Pd dentro la missione originaria per cui lo abbiamo fondato”. Vede un bivio, Franceschini, da una parte il rinchiudersi “dentro un fortuno territoriale, identitario, felici di stare solo con quelli che la pensano come noi”, dall’altra il riprendere “la sfida del Pd con tre missioni: un partito plurale e aperto; con vocazione maggioritaria e che ha come obiettivo il cambio del Paese”. Infine il rilancio delle primarie, entro fine ottobre, per scegliere i candidati sindaci nelle grandi città in cui si voterà il prossimo anno.

Sergio Cofferati, invece, segnala il rischio che la minoranza si divida in correnti. “Così ci indeboliamo e diamo alla maggioranza la possibilità di scegliere di volta in volta con chi interloquire” dice l’ex segretario della Cgil. Che, così come avevano fatto Veltroni e Marini, si dice favorevole al contratto unico di lavoro.

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