D’Alema: «Fini è un interlocutore»

di Maria teresa Meli (www.corriere.it)

ROMAOnorevole D’Alema, come giudica lo scontro Berlusconi -Fini?
«Credo che la crisi che si è aperta nel centrodestra sia vera e profonda, non è uno scontro personale o una sceneggiata. Ci sono in campo due visioni diverse non solo del ruolo che deve avere la destra in Italia ma anche di come deve funzionare il sistema politico. Fini dice che la difesa dell’ unità nazionale o il governo dell’immigrazione sono questioni su cui occorre uno spirito bipartisan e non possono essere poste come temi divisivi del Paese: nella sua posizione c’è una critica radicale al carattere populista e aggressivo della destra che governa l’Italia. Sarebbe un errore interpretarlo in chiave strumentale, in una logica di schieramento. Ma non vedere che si è aperto un grande problema che riguarda le prospettive stesse del sistema democratico e che Fini su questo può essere un interlocutore sarebbe un altro errore».

Secondo lei Fini mette anche in discussione questo tipo di bipolarismo, giusto?
«Sì. Fini mette in discussione il tipo di bipolarismo che si è costruito in questo Paese e che è fondato sulla contrapposizione esasperata. Al di là del fatto che poi, ogni tanto, chiede strumentalmente il dialogo, Berlusconi ha costruito tutte le sue fortune politiche sulla logica dello scontro».

Il Pd, comunque, appare diviso sul modo di affrontare quel che sta avvenendo.
«Il campo del centrosinistra sembra oscillare tra chi dà l’impressione di una lettura strumentale e tattica – “che bello, Fini ha litigato con Berlusconi, cerchiamo di metterci d’accordo con lui”, e chi dice “ma come, Fini ha litigato con Berlusconi e questo minaccia il bipolarismo”. Sono due posizioni specularmente inadeguate. Fini non è diventato di sinistra e non è l’alleato di operazioni strumentali, ma è l’interlocutore importante – e per questo dialogo con lui da anni – di un centrosinistra che capisce che il Paese non si può più governare in questo modo, altrimenti non saremo capaci di affrontare i problemi di fondo. Già, perché l’altro tema, che il centrodestra si ostina a nascondere, riguarda il fatto che mai l’Italia ha raggiunto risultati così negativi. È vero, la crisi c’è stata per tutti ma non c’è confronto tra la nostra capacità di reazione e quella degli altri Paesi. Malgrado l’enorme concentrazione di potere nelle mani di Berlusconi, il suo governo non è stato in grado di promuovere nessuna delle riforme strutturali necessarie al Paese. Significa che questo tipo di democrazia plebiscitaria non produce decisioni perché si basa sull’accumulazione del consenso, sui sondaggi e gli indici di gradimento, mentre sappiamo bene che per fare le vere riforme è necessario sfidare interessi costituiti, rischiare di creare dissensi e scontento. Altrimenti è solo demagogia. Per questo, le riforme esigono la politica democratica, quella politica capace di chiedere un sacrificio oggi per un vantaggio domani. Questa politica, però, non va d’accordo con la ricerca continua del gradimento personale. Ecco, penso che Fini abbia capito che questa democrazia plebiscitaria e personalistica di Berlusconi non funziona».

Par di capire che le riforme non si faranno neanche adesso…
«Noi siamo convinti che questo Paese abbia bisogno di riforme fondamentali, ma finora non vedo le condizioni per farle in questa legislatura. Come dicevo, le riforme comportano scelte coraggiose. Prendiamo la cosiddetta attuazione del federalismo fiscale. Finora si è detto che il nord otterà più soldi, che il sud non sarà danneggiato e che pagheremo tutti meno tasse. I conti non tornano e le scelte non saranno facili. E’ proprio la difficoltà di queste scelte che può far sorgere la tentazione, in Berlusconi e nella Lega, di dare la spallata e di andare alle elezioni non essendo in grado di realizzare ciò che hanno promesso».

«Tornando al Pd: sembra far fatica a trovare il passo giusto. Lo avete detto anche voi maggiorenti del partito, nel caminetto di lunedì scorso, a Bersani.
«Il problema è che non siamo ancora riusciti a sviluppare una nostra iniziativa che colga il tema dell’attuale crisi del sistema, perché di questo si tratta e non solo della crisi del berlusconismo. Ho l’impressione che nel campo del centrosinistra non ci sia ancora la capacità di porre la questione a questo livello e quindi, inevitabilmente, tutto appare giocato in termini tattici: si rischia di apparire prigionieri di un approccio strumentale. In questo senso, Bersani sta lavorando proprio per dare un profilo più alto e propositivo alla nostra iniziativa. E sarebbe importante che a questo lavoro contribuissero tutti, anche quei giovani che, aspirando giustamente a svolgere un ruolo, a volte si limitano a dire male dei dirigenti del loro partito: forse dovrebbero cominciare a dire qualcosa di utile per il Paese. Ho letto che bisogna avere il coraggio di mettere fuori squadra D’Alema e Veltroni. Ma né Walter né io facciamo più parte di organismi esecutivi del Pd».

E l’approccio giusto è il patto che Bersani ha proposto a Fini?
«Bersani ha proposto un patto repubblicano: significa che forze anche di diverso orientamento hanno un comune interesse a difendere e riformare la repubblica. Mi sembra del tutto corretto e non ha nulla a che vedere con confuse ammucchiate che Bersani certo non propone».

Di Pietro dice che il centrosinistra deve scegliere un candidato premier ora.
«Come nei paesi normali lo indicheremo qualche mese prima delle elezioni. Lo individuerà la coalizione, che io ritengo debba poggiare innanzitutto sulle forze politiche che oggi in parlamento rappresentano l’opposizione, cioè Pd, Udc e Idv, senza per questo essere chiusa agli altri movimenti». Con le primarie. O forse non le volete più perché avete paura di Vendola?

«Con le primarie, secondo me, ma devono essere accettate da tutti, non possono essere imposte da un solo partito o da una parte della coalizione». Che pensa del discorso fatto da Napolitano ai giudici?
«Napolitano ha ragione nel modo più assoluto. Da una parte, ha ribadito la difesa intransigente dell’indipendenza della magistratura e dall’altra ha invitato i magistrati a esercitare con serietà i loro poteri anziché diventare anch’essi parte del gioco politico, perché non è il loro compito. Ora, che questo richieda un certo esame di coscienza è vero: il tipo di rapporto tra azione giudiziaria, media e politica che si è venuto costruendo non nasce solo dalle responsabilità della politica, che ha le sue colpe, ma anche dalla responsabilità di una parte della magistratura. E non può valere la logica che siccome i magistrati sono sotto attacco, allora dobbiamo difendere tutto quello che fanno. E’ una logica debole: la magistratura, se ha coraggio di individuare comportamenti impropri, è poi più forte nella sua risposta agli intollerabili attacchi del presidente del Consiglio e alla sua pretesa di impunità».

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