Prodi: “Serve un Pd federale”. Chiamparino: “E’ l’unica via”

di UMBERTO ROSSO (www.repubblica.it)

ROMA – Prodi a sorpresa rompe il silenzio e sferza il Pd. Spara sul quartier generale e invoca per recuperare le radici un partito a federalismo spinto: i democratici vanno organizzati regione per regione. Tutto il potere ai venti segretari locali, ai quali sia affidato anche il compito di eleggere il capo del partito. L’unica ricetta, secondo il Professore, per lasciarsi alle spalle i “deludenti risultati elettorali” e un Pd “troppo autoreferenziale”. La proposta piace, e molto, a Sergio Chiamparino. “Solo così – spiega il sindaco di Torino – possiamo competere con la Lega, o magari anche allearci in certe situazioni”. Gelo invece dagli stati maggiori del Pd, sia dal fronte della maggioranza che da quello dell’opposizione. Gira un sospetto: l’uscita, improvvisa e molto dura dell’ex premier, sarebbe un siluro lanciato dritto a Pier Luigi Bersani. Dubbi apertamente sollevati dal deputato di area popolare Giorgio Merlo, “Prodi vorrebbe defenestrare il segretario”. Una lettura che Ricky Levi, ex sottosegretario e grande amico del Professore, smentisce: “Bersani era l’unico informato del suo articolo, e anzi le parole di Prodi sono in realtà una palla alzata proprio a lui”. Il che però non basta a spegnere le illazioni dentro il Pd, le voci che riferiscono anche di rapporti molto tesi a Bologna fra il segretario e l’ex premier dopo la vicenda Delbono e in vista di nuove nomination per il sindaco e il segretario cittadino del partito.

In ogni caso, lo staff del segretario accoglie politicamente con freddezza il “ritorno” di Prodi, affidato ad un lungo intervento pubblicato ieri sul Messaggero. Un “utile contributo al radicamento del partito” lo definisce Maurizio Migliavacca, il capo dell’organizzazione, ma si tratta di “un disegno di lungo termine, in prospettiva”. E il leader dei popolari del Pd, Beppe Fioroni, boccia tutto spiegando che “non possiamo oscillare dal partito del lavoro alla Lega di sinistra, fra chi vive di rimpianti e chi insegue Bossi”.

L’analisi di Prodi sul Pd è impietosa. Un partito che ha rapporti “troppo deboli” con il territorio e con i problemi quotidiani degli italiani. In balia di una linea politica messa continuamente in discussione “dalle dichiarazioni o le interviste dei notabili”. Del tutto conseguente, in questo quadro, che il risultato delle regionali sia stato “inferiore alle aspettative”. Per uscire dal guado, serve assolutamente un Pd delle regioni, federale. Recuperando una sua vecchia proposta lanciata ai tempi della crisi della Dc, come ricorda lo stesso Prodi, si tratterebbe ora di metter su un Pd lombardo, emiliano, laziale o siciliano. E il partito nazionale? Da consegnare nelle mani dei venti segretari regionali, eletti con le primarie, e chiamati a far parte di un esecutivo che dia la linea politica. L’unico e solo vertice centrale del Pd in salsa Prodi, “avendo il coraggio di cancellare organismi che si sono dimostrati inefficaci”.

Ai venti “uomini forti”, come li definisce il Professore, il compito di scegliere il leader nazionale, senza passare in questo caso dalle primarie (oggi previste invece per il segretario). La risposta di Bersani arriverà oggi. La struttura federale del partito, spiegherà il capo del Pd, è già inscritta nello statuto del partito e deve andare di pari passo con la più generale riforma istituzionale. E insisterà sull’operazione di rinnovamento della classe dirigente interna, già avviata. Parole che probabilmente risulteranno troppo tiepide per chi ha accolto con entusiasmo la frustata di Prodi, l’ala degli amministratori del nord, Chiamparino e Cacciari in testa. “Il Pd federale – avverte il sindaco di Torino – è l’unico sistema per scegliere un nostro candidato premier davvero forte per il 2013. Speriamo di costruirlo in tempo”.

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