Veltroni: “Aggressivo e popolare. Così il partito può rinascere”

di CURZIO MALTESE (www.repubblica.it)

ROMA – Non è andato poi in Africa, come aveva ventilato. Ma, con un po’ di pazienza, l’Africa sta arrivando qui. Partiti tribali, corruzione invincibile, “una generale e pericolosa rassegnazione”, dice Walter Veltroni. Anche un certo cannibalismo dentro l’opposizione, al quale l’ex segretario dice di non voler partecipare. “Io i processi non li faccio, perché li ho subiti a suo tempo. Questa tendenza conte Ugolino per cui ogni risultato elettorale serve a distruggere la leadership è un vizio nefasto”.

Ma intanto la sua analisi del voto è opposta a quella di Bersani. Quindi una certa tendenza conte Ugolino...
“Io chiedo solo che si guardi in faccia la realtà e si dica la verità. Bersani deve dare atto alle minoranze, a Franceschini anzitutto, di grande lealtà. Quando ero segretario io, e anche Franceschini, uscivano sparate sui giornali alla vigilia di ogni voto. Stavolta c’è stato il massimo d’unità nel Pd, e il massimo di divisioni nel Pdl. Eppure non è bastato. Ora la verità bisogna dirla, bisogna corrispondere allo stato d’animo dei nostri elettori. E la verità è che è andata male”.

Avete perso, il Pd ha perso le regionali.
“Siamo fermi al risultato delle europee, il 26 per cento. Ma nel 2009 Berlusconi era in piena luna di miele con l’elettorato, veniva da un anno di successi, aveva tolto i rifiuti da Napoli, inscenato il miracolo del dopo terremoto a L’Aquila. Nell’ultimo anno è successo di tutto, Berlusconi è stato travolto da scandali personali e non solo, la crisi ha massacrato l’economia delle famiglie, il Pdl era lacerato da contrasti terribili. I sondaggi lo davano in forte declino. Lo stesso risultato del Pdl, è deludente. Ma il Pd non ha saputo strappare un voto in più. Perché?”

Già, perché?
“Partiamo dall’astensionismo, che, diversamente dal normale, ha colpito anche l’opposizione. C’è certo una componente di rabbia ma per me prevale la sfiducia, la disillusione. Il Pd deve incarnare un’alternativa credibile nella società. E’ ricominciata la litania delle alleanze, viste come la panacea dei tutti i mali. Ma è nella società che si vince o si perde. Bisogna far capire che si costituisce una alternativa di valori e di programmi, non una alleanza dei no. Il riformismo è la più dura delle sfide e contiene una visione, una narrazione della società che deve essere alternativa alla destra. Obama ha saputo imporre la più grande riforma sociale della storia recente americana, sfidando le lobby interne ed esterne, andando avanti anche contro i sondaggi”.

Scusi, ma lei il coraggio l’ha avuto? Alla fine non si è arreso alle lobby?
“Io mi sono arreso quando mi sono accorto che era impossibile fare quel partito aperto e animato da una ambizione maggioritaria che avrebbe richiesto, come tutti i progetti innovativi, quel tempo che le correnti non consentivano. In Italia ha vinto l’idea che il riformismo sia una versione moderata del pensiero unico. Col Lingotto noi avevamo provato a dipingere un riformismo vero, radicale, rischioso. Da lì per me bisogna ripartire”.

Insomma, una sfida aperta alla destra non c’è stata.
“La destra ha tenuto, anche se Berlusconi un po’ meno, perché comunica in ogni caso una visione chiara della società. Una promessa di cambiamento che è soltanto tale, non si realizza mai, ma intanto è suggestiva. Un fastidio per le regole che identifica un pezzo d’Italia, quella che festeggia ogni condono edilizio e ogni scudo fiscale. Noi non possiamo contrapporre a questo la riedizione dell’Unione, magari con l’aggiunta di Grillo. Occorre il disegno di un nuovo ordine sociale che per ora non c’è”.

E invece quale dovrebbero essere le parole d’ordine?
“Esistono praterie da percorrere. Dobbiamo dire parole chiare contro la precarizzazione della società e non solo dei giovani. Per la riconversione ecologica dell’economia. Contro l’evasione fiscale. Per la semplificazione della burocrazia e della politica, a cominciare dall’abolizione delle Province. Per la legalità, per la difesa dell’istruzione pubblica, per la liberazione della Rai dai partiti. Questo dobbiamo dire e soltanto dopo vedere se Casini o Di Pietro sono d’accordo o no. C’è una grande domanda di cambiamento, nonostante tutto. Sono d’accordo con Vendola, la società è assai più ricca ed energica di quanto siano oggi le strutture dei partiti”.

A proposito, l’unica vittoria vera del centrosinistra, in Puglia, Vendola l’ha ottenuta nonostante il Pd, che gli aveva fatto una lunga guerra ed è ridotto nel voto ai minimi storici.
“Senza Vendola, saremmo sette a sei per la destra, confinati in una enclave. E’ stato un grande successo personale. Spero che le strade di tutti noi si incrocino di nuovo. Sarebbe un modo di tornare alla concezione per cui questo partito è nato, quello di ospitare anime diverse dentro lo stesso progetto riformista”.ù

La candidatura esterna della Bonino non ha avuto invece successo nel Lazio. Si sente responsabile del disastro fra Roma e Lazio di questi due anni?
“A Roma quando mi sono candidato come premier, il Pd ha raggiunto il 40 per cento dei voti. E venivamo da sette anni meravigliosi nei quali avevamo riconquistato Provincia, Regione e tutti i municipi meno uno. So che lo sport interno è stato in questo anno caricare tutto sulle mie spalle. Le spalle di uno che si è dimesso e dell’unico che non ha alcun incarico. Io prima che si candidasse Emma pensavo che Zingaretti fosse il candidato ideale. Poi si è scelto diversamente. Non sono mai stato neanche consultato. Ho difeso la candidatura della Bonino, ho fatto campagna per lei”.

Ma Zingaretti non ha rifiutato lui?

“Bisogna vedere se e come gliel’hanno chiesto. Ma ripeto, lasciamo perdere le recriminazioni. Bisogna guardare avanti”.

Avanti ci sono tre anni senza elezioni. E’ un problema più per voi o per Berlusconi?

“Paradossalmente per Berlusconi, perché senza elezioni gli toccherebbe governare. E ciò che lo appassiona di più sono le campagne elettorali, nelle quali viviamo da quindici anni. Lo dice chi pensa che l’antiberlusconismo non basta, ma che una opposizione forte e onesta sia uno strumento dell’alternativa. Quindi s’inventerà qualcosa, anzi lo sta già facendo”.

Tipo un bel referendum sul presidenzialismo?
“Condito con proposte ragionevoli, ma strumentali. Per esempio la riduzione del numero dei parlamentari e la Camera delle Regioni. Fingerà di volere un dialogo, e poi farà da solo, puntando sul plebiscito popolare. Un trappolone nel quale non bisogna cadere”.

E quindi che cosa dovreste fare voi del Pd?
“Partire noi all’attacco, proporre noi le cose ragionevoli. E popolari. Fine delle Province, nuova legge elettorale con collegi uninominali, riduzione dei parlamentari e del costo della politica, comprese le retribuzioni di parlamentari e consiglieri regionali. Più forti poteri al premier per garantire una democrazia che governi. Ma più forti poteri al Parlamento per impedire derive monarchiche”.

A dirlo non ci vuole nulla, lo dicono tutti da vent’anni
“Bene, allora impegniamoci a votarlo subito, da domani. Ma il presidenzialismo alla sudamericana, come lo concepisce Berlusconi, quello non si discute neppure”.

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