Chiamparino all’attacco: “Bersani va a zig zag”

di CARLO BERTINI (www.lastampa.it)

Nella gestione delle candidature Bersani ha camminato a zig zag, senza dare la sensazione di tenere la barra dritta: la scelta della Bonino, nome eccellente, è stata imposta più che proposta, su Vendola abbiamo subito prima un veto di Casini e ora lo sosteniamo. E poi ricordiamoci che le coalizioni costruite a fini puramente elettorali rischiano di funzionare a metà perché non sono mai la somma aritmetica dei voti». Sergio Chiamparino è appena atterrato a Fiumicino, sale in automobile e riceve una telefonata che un’ora prima gli avrebbe fatto risparmiare questa trasferta nella capitale: il vertice con i comuni e le regioni a Palazzo Chigi è saltato e quindi il presidente dell’Anci non è propriamente dell’umore giusto. Malgrado ciò, il sindaco di Torino non vuole fare solo la parte del «borbottone» e lancia una sua proposta per il dopo-partita: «Il giorno dopo il voto, apriamo un cantiere con un confine flessibile da Casini a Vendola, un tavolo dove non vi sia una leadership preassegnata, né all’Udc, né al Pd. Ma un nuovo soggetto politico, come fu l’Ulivo, in cui tutti si mettano in gioco per costruire una coalizione in grado di battere il centrodestra».

Ma lei se la sentirebbe di mettersi in gioco per portare la croce della leadership di questa ipotetica creatura?
«Io per ora faccio il sindaco. E’ chiaro che sono disposto a impegnarmi se si aprisse un percorso di questo genere in cui credo fermamente. Ma è presto per fare giochini su chi fa cosa».

Questo un domani. Ma dopo quello che è successo in Puglia, nel Lazio, in Umbria e a Bologna, dove è il difetto del Pd, nel manico o nei potentati locali?
«C’è un problema a monte: questo è un partito nato per aggregazione di correnti che ancora lo governano e che portano a frantumazioni localistiche. Ma la giusta costruzione di coalizioni ampie ha subito un ritmo sincopato: in Piemonte ha seguito una strada lineare e comprensibile al nostro elettorato, in Puglia ha dato l’impressione che prevalessero delle alchimie politiche un po’ astratte. Da noi c’è stato il tentativo di determinare un cambio di cavallo, ma l’intelligenza collettiva, Udc inclusa, ha fatto prevalere il disegno che chi vuole allearsi col centrosinistra si allea con la Bresso che ha ben governato».

Invece in Puglia il bilancio è stato disastroso. O no?
«Si poteva arrivare allo stesso risultato senza questi passaggi che creano malessere e disaffezione negli elettori. Se si riteneva che Vendola non avesse ben governato lo si poteva sfidare con un altro candidato, una scelta lacerante ma comprensibile. Ma dire non va bene perchè devo fare un’altra alleanza, ai cittadini sembra una cosa distante. Vorrei capire ora: quale è il giudizio del Pd su Vendola? Una settimana fa non andava bene e ora lo appoggiamo? Insomma, alleanze che appaiono costruite su logiche politiciste non convincono e non mordono».

Come si tradurrà nelle urne questa disaffezione verso il Pd?
«Non temo esiti traumatici, secondo me avremo un risultato sufficiente, tipo sette a sei, ma sarebbe una sconfitta perdere tutte le regioni importanti, come il Piemonte o il Lazio. Bisogna convincere tutti ad andare a votare perché, fatti come quelli di Bologna non aiutano e il rischio vero è l’astensione».

E se il Pd riuscisse a galleggiare, servirebbe uno scatto in avanti.
«Se andrà come ho detto, il Pd deve lanciarsi nella costruzione di una vasta coalizione discutendo idee, programmi e leadership. La lezione delle regionali è che bisogna essere protagonisti delle scelte nella costruzione delle candidature, dei programmi e delle leadership. Se la coalizione è frutto di accordi tra partiti, ognuno dei quali sta chiuso nei suoi confini per raccattare un voto per sé a scapito di chi gli sta vicino, la forza della coalizione rischia di essere inferiore alla somma dei partiti che la compongono. Quindi non penso a un Cln, ma a un cantiere in cui chi decide di partecipare alla costruzione della casa comune deve essere ben disposto a ristrutturare il proprio appartamento».

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