“Vendola? Non è stata una sconfitta”

Non è il giorno nè delle retromarce nè della resa dei conti interna nel Pd, che, all’indomani della sonora sconfitta di Francesco Boccia alle primarie, si trova alle prese con le dimissioni del sindaco di Bologna Flavio Delbono e con lo spettro di un nuovo ’99, l’anno della vittoria di Giorgio Guazzaloca.

La minoranza attacca nella riunione della direzione ma decide di rinviare l’affondo a dopo le regionali e il vertice blinda scelte ed errori. «Siamo stati coerenti con la strategia di allargare l’alleanza ma in Puglia non siamo stati capiti», è l’unica ammissione che fa il segretario Pier Luigi Bersani e, a modo suo, anche Massimo D’Alema, convinti però che le elezioni dimostreranno che «non siamo una riserva indiana nè in ridotta». Alle 10 del mattino, i big del Pd si infilano veloci nella sede per la riunione di direzione.

Massimo D’Alema, l’uomo che forse più di tutti ha creduto nella Puglia laboratorio per l’alleanza con l’Udc, si è fatto precedere da una nota, nella quale rivendica le scelte e sostiene che l’esigenza di «unire le forze all’opposizione rimane di fronte a noi». Poi in direzione resta in silenzio, ascolta la relazione di Bersani e poco dopo se ne va con la mente già rivolta all’elezione di domani alla guida del Copasir. Tace anche il vicesegretario Enrico Letta, grande sponsor dello sconfitto Francesco Boccia, che alla direzione di oggi non si farà neanche vedere. A Bersani tocca l’onere di rivendicare le scelte fatte e la «coerenza» di un progetto che, se in Puglia segna una battuta d’arresto, resta valido. «Altro che schiaffi e sconfitta – reagisce infastidito – le primarie le abbiamo inventate noi e quindi sappiamo che si sostiene con convinzione chi vince. Siamo determinatissimi ad appoggiare Vendola ma la convergenza delle forze di opposizione non è un’illusione come si vede nelle scelte già fatte in dieci regioni».

E, ragionano ai piani alti del Pd dopo l’annuncio di Casini di correre solo, se in Puglia non c’è stato il matrimonio con l’Udc, certo non c’è neanche rottura definitiva con i centristi. La “grana” Delbono scoppia a metà riunione, anche se nel Pd si sapeva come andava a finire. Bersani aveva lasciato al sindaco la decisione senza nascondere il «turbamento» e concordando con lui che la scelta di restare o lasciare doveva essere fatta nell’interesse della città. E nella direzione all’imbarazzo dei prodiani si aggiunge la richiesta di Livia Turco di non fare diventare lettera morta il codice etico del Pd. Nelle scelte sulle regionali, l’unica che, nella maggioranza del partito, chiede un ripensamento è Rosy Bindi che invita a tornare alla linea del congresso, cioè «allargare all’Udc ma non di sostituire l’Udc agli alleati tradizionali». D’altra parte, la minoranza, assenti Walter Veltroni e Piero Fassino, con una riunione volante prima della direzione, decide di rinviare lo scontro a dopo le elezioni regionali per dare «un contributo alla ditta», spiegherà l’ex segretario Dario Franceschini ai suoi parafrasando uno slogan bersaniano.

Nessuno punta apertamente i dito contro D’Alema e solo la pugliese Cinzia Capano, schierata con Vendola come una buona fetta del pd pugliese, attacca Nicola Latorre e gioisce «per la vittoria del vero laboratorio che è quello di Vendola». Le critiche però non mancano e valgono come avvertimenti per il futuro. «Più che allargare al centro, stiamo perdendo pezzi al centro», attacca Marina Sereni alludendo ai recenti addii di Enzo Carra e Renzo Lusetti. I veltroniani fanno gli alfieri delle primarie contro «le scelte decise a tavolino» mentre Pier Luigi Castagnetti, in un botta e risposta con Franco Marini schierato con Bersani, evidenzia che «la vittoria di Vendola 73 a 27 mostra la distanza dei dirigenti» dalla gente, contestando una mancata coerenza, visto che l’appoggio a Emma Bonino nel Lazio ha spinto i dirigenti fino al punto di «ignorare l’ammutinamento dei cattolici del Pd». E Ignazio Marino spolvera una vecchia regola dei professori: «Io finora non ho capito l’intesa con l’Udc e pare che neanche l’abbiamo capito i nostri elettori. A scuola se nessuno capisce, a volte la colpa non è degli alunni…».

www.lastampa.it

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