Castagnetti: “se vanno male le regionali temo per la tenuta del partito”

di FABIO MARTINI (www.lastampa.it)

Una sequenza eloquente. Va in scena nel salone a porte chiuse della Direzione del Pd, quando chiede di parlare Cinzia Capano, bionda avvocatessa barese diventata onorevole 20 mesi fa. Dice lei: «Alle Primarie di ieri, con serena incoerenza, ho votato per Vendola e penso che oggi non sia una giornata di sconfitta per il Pd!».

Una battuta che è uno schiaffo per il segretario del partito, Pierluigi Bersani, che sta ascoltando lassù alla presidenza. Ma le sorprese non sono finite, anzi le più originali devono ancora arrivare: appena la Capano finisce di parlare, una parte dei componenti della Direzione applaude quell’intervento così eccentrico, mentre chi dovrebbe opporre un diverso parere, non c’è.

Massimo D’Alema, regista della campagna pugliese culminata nelle Primarie nettamente perse dal candidato del Pd, ha lasciato i locali della Direzione. Il vicesegretario Enrico Letta, grande amico dello sconfitto Francesco Boccia, ascolta e tace. Stesso atteggiamento per Nicola Latorre, plenipotenziario di D’Alema in Puglia. Assenti o silenziosi, nessuno dei sodali del leader pensa sia opportuno dare una mano al segretario. Nel giorno più difficile, lo hanno lasciato solo. E alla fine la Direzione, con procedura senza precedenti, si chiude senza il rituale ordine del giorno di approvazione della relazione del segretario.

E così questo lunedì 25 gennaio, anniversario della conversione di San Paolo, finisce per trasformarsi nella giornata più complicata da quando Pierluigi Bersani è diventato il capo. A Bologna, per 50 anni città vetrina del comunismo italiano, il sindaco ha deciso di dimettersi. In Puglia il candidato «ufficiale» del Pd ha incassato la metà dei voti rispetto a Nichi Vendola. Bersani, come sempre, non sgualcisce il suo aplomb.

Alle 10, appena arriva in «ditta», fa le sue calibrate dichiarazioni davanti alle telecamere. Dopodiché si trasferisce nel salone della Direzione e qui, contando sulle porte chiuse, prova a tamponare le falle. Anzitutto, c’è la ferita di Bologna. Ferita dolorosa, perché Pierluigi Bersani in Emilia ha governato (da presidente della Regione) e uno dei suoi pochi amici dentro il partito è il presidente uscente della Regione-Emilia Romagna, Vasco Errani, ricandidato per il terzo mandato e reduce da tre giorni nerissimi. Su Bologna, Bersani fa un accenno fugace («Ho parlato ieri sera con Delbono, mi ha detto di essere intenzionato a dimettersi») che però è sufficiente a sedare ogni discussione. E invece, accennando alla scelta di andare alle Primarie in Puglia, Bersani usa un’espressione ambigua («rischiosa coerenza»), ribadita nella replica: «Non siamo stati capiti», «i posteri diranno se abbiamo fatto bene o male».

Bersani, nel suo linguaggio da Pci, lascia intendere di non aver condiviso fino in fondo la tattica decisa dai dirigenti pugliesi e dal suo ispiratore, D’Alema? Una cosa è certa. In due occasioni Bersani ha ribadito un concetto: «Conta quello che dico io». Concetto che dovrebbe essere pacifico per un leader eletto dalle Primarie.

Ma della sua solitudine non hanno approfittato le minoranze interne. Eppure, sull’onda della vicenda di Bologna, di quella pugliese e della scelta di candidare Emma Bonino nel Lazio, delle tante mini-scissioni (Rutelli-Calearo, Carra-Lusetti-Bianchi) qua e là si torna a temere per la tenuta del partito nel caso in cui le Regionali di fine marzo dovessero andar male. Dice l’ex leader del Ppi Pierluigi Castagnetti: «Si è misteriosamente scelta la Puglia di Vendola come test per l’intesa con l’Udc, in una regione come il Lazio si è aperto alla Bonino, il personaggio simbolicamente più ostile alla Chiesa. C’è da chiedersi: se gli elettori cattolici “escono” da questo partito, cosa resta del Pd? Sì, dopo le Regionali c’è un rischio per la tenuta stessa del partito».

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