L’esplosione del laboratorio

di Massimo Franco (www.corriere.it)

È la nemesi di chi vede le primarie come la «vera» e unica fonte di legittimazione dei vertici del Pd; e insieme l’esplosione del «laboratorio pugliese» messo su da Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani per lanciare l’alleanza con l’Udc. In apparenza è tutto facile, perché ci sono vincitori e vinti. Ma nell’analisi di quanto è accaduto ieri, fattori locali e nazionali si mescolano. Così, si può affermare che la vittoria netta del governatore uscente Nichi Vendola riapre i giochi congressuali; e che hanno prevalso le nomenklature locali sui diktat nazionali del segretario Bersani, affiancato e quasi sovrastato da D’Alema. Ma forse l’aspetto più eclatante delle elezioni primarie è che si siano svolte, abbiano mobilitato quasi 200 mila persone, e siano state vinte contro la volontà e le indicazioni dei vertici del Pd. Significa che continuano ad esistere non uno, ma due partiti.

Quello ufficiale si è imposto nel congresso d’autunno. Ha una vocazione governativa e vede nell’Udc l’interlocutore naturale della propria strategia alternativa a Silvio Berlusconi: un progetto prima che di sfondamento al centro, di smantellamento progressivo del bipolarismo in sintonia con Pier Ferdinando Casini. Anche per questo maneggia con diffidenza lo strumento delle primarie: lo considera congeniale ad un rafforzamento del bipolarismo, non al sistema che Bersani e D’Alema pensano di fare emergere dalla trattativa fra gruppi dirigenti. Questo Pd emerge dalla prova di ieri come il grande sconfitto. E non soltanto perché Vendola vuol dire il naufragio del matrimonio di interesse con l’Udc. Il problema è che la segreteria nazionale, e soprattutto D’Alema, avevano innalzato la Puglia al rango di laboratorio delle strategie future. Doveva diventare la vetrina di un centro-sinistra plasmato da Roma secondo i canoni di una liquidazione progressiva dell’identità abbozzata negli ultimi due anni. L’operazione subisce un altolà che ha del clamoroso.

Dopo avere riproposto il bis del primo scontro nelle primarie, avvenuto nel gennaio del 2005 proprio fra Vendola e Francesco Boccia, con la vittoria anche allora di Vendola, la Puglia riconsegna lo stesso risultato. Con un paradosso in più. Il governatore ha issato la bandiera dell’identità storica del Pd, lasciata cadere con miopia dai suoi custodi. Ed ha vinto a dispetto della guerra spietata che i presunti maggiorenti gli hanno fatto; e nonostante gli scandali politici che sporcano la Puglia. Ritenere però che questo segni la rivincita postuma dell’Unione prodiana sarebbe fuorviante. Più che la nostalgia di un progetto bocciato dagli elettori alle politiche del 2008, si assiste alla difficoltà di riempire quel vuoto. Quanto è accaduto sembra rivelare un’incomprensione radicata, di più, un rifiuto per operazioni a tavolino che l’elettorato non è disposto ad avallare. E’ vero che rappresenta un concetto ambiguo e oggi incontrollabile, nel limbo dopo il tramonto dei governi di Romano Prodi e della segreteria di Walter Veltroni. Ma è altrettanto evidente che non esistono più neppure quelle macchine oliate dell’ex Pci in grado di mobilitare e orientare i consensi. L’illusione di sostituire il «partito liquido» con le solide radici degli apparati locali è andata a sbattere contro una realtà più sfibrata e insieme arrabbiata. La sinistra non ha identità di riserva. E le primarie rimangono una fonte di legittimazione discutibile eppure condivisa: più forte di qualunque scomunica più o meno larvata.

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Una risposta a “L’esplosione del laboratorio

  1. Ho votato Vendola ma non vorrei che al mio voto si desse il significato di una rivincita di Veltroni e del veltronismo. Se questo fosse il senso della vittoria di Vendola, saremmo fritti. Veltroni ha distrutto la sinistra, Vendola forse ha qualche idea di come ricostruirla. Lasciate in pace Veltroni per favore, sennò si ricomincia tutto daccapo.

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