«I cattolici? Sentono il Pd come il loro partito»

di Virginio Rognoni (www.corriere.it)

L’uscita di Rutelli dal Partito democratico ha provocato una serie di opinioni sulle conseguenze che si possono avere. Non tanto all’interno del partito dove le risposte a Rutelli, anche da parte di chi gli era più vicino, sono state fin troppo sobrie e prevalentemente contrarie, quanto nelle analisi uscite sulla stampa e provenienti da posizioni diverse. Ancora una volta è stato il progetto del partito democratico ad essere variamente giudicato. Si è parlato del fallimento della auspicata fusione fra culture politiche diverse e, però, di un «partito mai nato»; di un partito che si modella, anche per la vittoria di Bersani, come l’ennesima riposizione dei DS: chi non viene da quella esperienza, che risale, in definitiva, al P.C.I., è solo un «indipendente», un indipendente di sinistra. Ancora, con Bersani si torna al centrosinistra con il famoso trattino; non c’è un partito nuovo ma una sorta di confederazione fra una «sinistra» (il vecchio DS) e un «centro» (la vecchia Margherita). Francesco Rutelli – si continua – ha inteso e interpretato tutto questo e, con la uscita dal Partito, si accinge, secondo alcuni, a far da ponte fra il PD e l’UDC (ma perché uscire da un partito con la prospettiva di una alleanza con il partito che si è lasciato?); secondo altri e, secondo lo stesso Rutelli, Egli si adopererebbe per la formazione di un quadro politico – culturale nuovo, a sostegno di una politica moderna e innovativa che rovesci i tavoli esistenti.

Tutte queste analisi e previsioni sono centrate sulla tenuta, nel PD, dei popolari e dei cattolici democratici, stretti, da un lato, dal «grande centro» e dalle sue suggestioni e, dall’altro, da una leadership che finirà per essere «fatalmente» socialdemocratica. Il «disagio» di cui parla Rutelli potrebbe allora allargarsi ponendo fine, irrimediabilmente, al partito democratico. A me non paiono corrette né queste analisi, né queste previsioni. Non voglio qui ricordare le buone ragioni della straordinaria ambizione dell’Ulivo e del PD e, cioè, che forze diverse del riformismo italiano, a fronte delle nuove sfide democratiche, potessero confluire in un partito nuovo, efficace strumento per la conservazione e l’avanzamento della democrazia nel mondo che cambia.

Qui e ora c’è, però, un fatto che spazza via tutti gli argomenti e le analisi che si sono ricordate: oltre tre milioni di cittadini, senza il clamore incalzante della competizione elettorale nazionale, che spinge al voto, anche in maniera ossessiva, hanno liberamente espresso la preferenza per il Segretario di un partito che ritengono importante e affidabile. Una cosa straordinaria, accompagnata, per di più, dal fatto che, nelle primarie, il voto sui tre candidati non è stato il voto «diessino» (Bersani) o il voto dei cattolici democratici e dei popolari (Franceschini) o il voto della c.d. «società civile» (Marino). È stato un voto democratico, per così dire laico. I tre candidati hanno avuto tutti il voto indifferenziato della platea elettorale. Ciò dimostra che gli elettori vivono, senza incertezze, l’esperienza di un partito nuovo, non di una coalizione o confederazione di vecchie formazioni politiche. Bersani, nelle sue prime dichiarazioni, ha giustamente esaltato questa realtà che esprime l’incontestata conferma del PD come partito nuovo nello scenario politico italiano, secondo il disegno e la intuizione dei suoi fondatori. E si accinge – il nuovo Segretario – a dare forma, organizzazione e contenuto a questa realtà, secondo la volontà popolare degli elettori.

In questa impresa Egli è aiutato dall’esemplare comportamento dei suoi rivali, i quali, riconoscendo pienamente la logica e lo spirito delle primarie, hanno assicurato la loro collaborazione. Se questo, oggi, è il partito: un veicolo nuovo di produzione politica, ancorato a una indiscutibile realtà popolare, dove le cose da inventare sono molto di più di quelle da gestire, sorprende e amareggia l’uscita di Rutelli. Amareggia e sorprende soprattutto perché Egli, come si è visto, dice di volersi adoperare per la formazione di un nuovo scenario culturale e civile sul quale far nascere una adeguata proposta politica al Paese. Perché non esprimere questa iniziativa all’interno del PD che pure lui ha contribuito a fondare con grande determinazione e coraggio? Si direbbe, per la stessa tempistica della sua decisione (la vittoria di Bersani) che Egli voglia escludere dal suo progetto la storia e le novità del riformismo di sinistra.

È lecita la conseguenza che Rutelli – per la verità non da ora – ritenga giusto e conveniente puntare sul «grande centro», piuttosto che sul PD. Può essere, e forse è così; ma qui mi sembra più conveniente osservare che sono i cattolici democratici e i popolari nel PD ad essere interpellati. Vivono essi lo stesso «disagio» che ha portato Rutelli ad uscire dal partito? Sentono questo partito come il «loro» partito? e, se è vero che il partito è anche offerta di memoria, di speranza, di valutazione del nostro «vivere insieme», necessariamente plurale, è il «loro partito» il partito democratico? Io ritengo di sì; e voglio aggiungere qualche cosa a quanto ho già detto. Non ho mai pensato che alla base del PD vi sia una sorta di meticciato o contaminazione, come è stato detto, di culture diverse. Ho sempre pensato che ogni componente politica sia confluita nel PD con la propria cultura, la propria storia, naturalmente vissuta, ricordata e collocata nella successione degli eventi e nel progressivo quadro di una maturazione democratica.

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La storia dei cattolici democratici è proprio legata, con i suoi valori, a questa progressiva maturazione, alla comprensione della laicità della politica, al gioco della libertà e al dovere della giustizia. È una storia che sa bene che la democrazia, nel corso degli anni, si è posta sempre come problema; a maggior ragione, oggi, quando le sfide della scienza e della tecnica chiedono al mondo globalizzato un di più e, insieme, un ripensamento della democrazia. Questa coscienza i cattolici democratici l’hanno portata e l’hanno trovata nel PD dove, insieme ad altri, sanno bene che popolarismo, regole del costituzionalismo moderno, principio di inclusione, diritti civili sono ancora parole che si possono dire.

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