Ma chi ha slegato i leghisti?

Dito medio contro il tricolore, vignette razziste esibite al parlamento europeo, iniziative al limite del secessionismo come il parlamento del Nord. Era questa la Lega del passato, la fase embrionale di quello che oggi pretende di essere un partito maturo e “pronto al dialogo”. Ad oltre un anno dalla sua entrata trionfale nel governo Berlusconi, l’immagine del Carroccio agli occhi dell’osservatore comune è un po’ meno istituzionale di quanto si vorrebbe. Il vilipendio ha lasciato il posto (forse sarebbe meglio dire che si è accompagnato) a proposte di legge sempre più folkloristiche e sempre meno utili. Ultima in ordine di arrivo la modifica dell’articolo 12 della Costituzione, con relativa introduzione di bandiere ed inni regionali nel testo. “Ieri si sono inventati le gabbie salariali – ha commentato il segretario del Partito democratico Dario Franceschini – oggi le hanno smentite. Adesso, tanto per perdere tempo, i senatori della Lega hanno tirato fuori le bandiere regionali da affiancare al tricolore. Io mi chiedo se hanno tempo da perdere”. E il senatore del Pd Roberto Di Giovan Paolo ha aggiunto: “Come anche Bricolo sa, anche negli Stati e negli ordinamenti più federali viene esposta una sola bandiera e viene cantato un solo inno». Per il PD non è stata “solo l’ennesima provocazione stravagante della Lega, ma la dimostrazione di quanto il partito di Bossi e di Cota inseguano un federalismo di facciata che nei fatti si traduce in un federalismo per abbandono che scarica tutti i problemi alle Regioni e agli enti locali senza fornire loro adeguate risorse e strumenti. Una presa in giro per i lavoratori e le famiglie piemontesi che stanno duramente pagando la crisi in atto e che di ben altro sentono il bisogno che non di una bandiera in più da sventolare”.

Contro le piccole e medie imprese. E se il partito di Bossi è sempre tanto solerte nel rivendicare piccoli egoismi regionali, non ha nessuna fretta quando si tratta di difendere i diritti dei lavoratori. È il caso dell’ emendamento leghista al decreto mlleproroghe, che propone di privare le aziende con meno di 15 dipendenti del rappresentante della sicurezza sui luoghi di lavoro. Un provvedimento, non solo illogico e immotivato, ma che finirà col penalizzare soprattutto il Nord Italia, dove la presenza di piccole e medie imprese è più massiccia. Senza contare che, come sottolineato da Paolo Nerozzi, vicepresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli infortuni sul lavoro, “si metterà ancor più a repentaglio la vita di molti lavoratori proprio in quelle aziende, le più piccole appunto, dove il tasso degli incidenti sul lavoro è più elevato. È vergognoso che davanti al dramma quotidiano degli incidenti sul lavoro e delle morti bianche, la destra che governa il Paese decida di ‘tagliare’ sulla prevenzione e sulla trasparenza. Dispiace ancor di più che questa modifica sia stata introdotta da due esponenti della Lega Nord che dovrebbero conoscere bene l’organizzazione del mondo del lavoro nelle piccole e medie imprese così fiorenti soprattutto nel Nord del Paese”.

Gabbie salariali, aumenta il divario fra Nord e Sud. Incurante della sua appartenenza ad un governo che, almeno in teoria, rappresenta tanto il Nord quanto il Sud Italia le proposte leghiste in materia di crisi e di salari sono state unidirezionali e mirate alla discriminazione dei territori meridionali. L’incremento della busta paga padana rischia di essere l’ennesimo diversivo da problemi reali e , per la Lega, l’ultimo espediente per rimediare al pasticcio Malpensa. “Con le famiglie –replica il responsabile dell’area lavoro del PD Cesare Damiano – e con i lavoratori non è lecito scherzare. La Lega farebbe bene a fare meno propaganda e a preoccuparsi dei problemi reali del Paese. Anziché agitare la bandiera delle gabbie salariali, oltreché le bandiere regionali, sarebbe utile per tutti affrontare il vero obiettivo: aumentare il potere d’acquisto delle retribuzioni che in Italia sono troppo basse anziché proporre di tagliarle ad una parte di lavoratori. Le differenze salariali tra Nord e Sud già esistono: i dati degli artigiani di Mestre ci dicono che nel Centro-Nord hanno un valore superiore di quasi il 30%. Le diverse retribuzioni possono avere un significato se premiano competitività, produttività e qualità. Per realizzare questo obiettivo basta applicare il modello contrattuale esistente che prevede, con la contrattazione di azienda e di territorio di legare il salario ai risultati economici delle aziende”.

Quel Sud “fortunato”. E alla preoccupazione, almeno di facciata, per i problemi del nord corrisponde l’invidia per le “fortune” del Sud. E già, a sentire il ministro Calderoli la vita al Sud sarebbe molto meno cara. Allora qualcuno dovrebbe dire ai meridionali che non importa se le infrastrutture sono inesistenti ed incomplete, non importa se i redditi familiari sono spesso a di sotto della soglia di povertà, non importa se l’iniziativa privata e le istituzioni sono stritolate dalla stretta della mafia…al supermercato costa tutto meno! Informazione tra l’altro pervenuta solo a calderoni, e chissà da quale fonte, perché l’ultimo studio Nielsen mette nero su bianco che fare la spesa in un supermercato del Sud costa più rispetto al Nord. “Dopo il putiferio scatenato con la sciocchezza delle gabbie salariali, gradiremmo conoscere l’opinione del ministro Roberto Calderoli e delle altre camicie verdi di fronte a questi dati” afferma Sergio D’Antoni, responsabile Mezzogiorno del Partito Democratico. “La vera gabbia che imprigiona il Mezzogiorno – continua – si chiama
disoccupazione – aggiunge – . Nel meridione la stragrande maggioranza delle famiglie, quando va bene, vive con un solo stipendio, già inferiore mediamente del 30 per cento rispetto ai redditi settentrionali. Di fronte a
questo stato di cose le ridicole sortite di Calderoli vanno prese esclusivamente per cio’ che sono: propaganda becera. La Lega cerca insomma di strappare un po’ di consenso al Nord cosi’ come Tremonti tenta di fare al Sud con la sua fantomatica Cassa del Mezzogiorno”. La capogruppo PD al Senato rincara la dose: “Non so se quella di Calderoli sia una boutade estiva, una provocazione o una battuta per scaldare gli animi alle feste leghiste. Quello che so è che l’uscita del ministro ha subito provocato una reazione forte e contraria da parte degli uomini del partito del sud che appartengono alla sua stessa maggioranza. Ed è triste la situazione di un governo che per mantenersi vivo deve ricorre ai pompieri, come ha fatto questa mattina
con le tante dichiarazioni in agenzia, per spegnere i fuochi leghisti e gli ardori degli uomini del partito del Sud. La verità è che questo governo non sta in piedi, schiacciato tra le spinte leghiste e i ricatti che vengono da Lombardo e da Miccichè. Le affermazioni di Calderoli forse ignorano che la maggior parte delle famiglie povere si trova al sud. O forse c’è qualcuno che vuole intervenire sul salario di chi già non ce la fa ad arrivare alla fine del mese? Piuttosto aspettiamo ancora dal governo il più volte annunciato Piano
per il Sud, strombazzato prima della chiusura del Parlamento come panacea per i mali delle regioni meridionali”.

Sicurezza a discrezione. È la sicurezza il tema preferito dalla maggioranza in generale e dalla Lega in particolar modo. È cavalcando tristi fatti di cronaca che il Carroccio e i suoi alleati hanno costruito il proprio consenso, ed è battendo su questo tasto e sfruttando la paura dei cittadini che oggi sperano di nascondere l’immobilismo del governo riguardo alla crisi economica. Ronde, respingimenti, reato di clandestinità, tutto fa brodo. E poco importa se così facendo si violano i diritti umani, poco importa se si moltiplicano i richiami da parte di organismi internazionali come il Consiglio d’Europa o l’UNCHR, poco importa se la CEI, l’Avvenire e Famiglia Cristiana parlano di palese razzismo. È tutto un piano dell’opposizione per screditare l’illuminata opera del governo! È il capogruppo della Lega Nord alla Camera Federico Bricolo a definire proprio il settimanale della Caritas “delirante e eversivo”, offendendo così una delle voci più libere del cattolicesimo democratico in Italia, nonché una delle poche testate che non ha mai fatto sconti a nessun governo di centrosinistra o di centrodestra.
Il pugno di ferro, però, diventa una leggera pacca sulla spalla quando chi delinque appartiene alla criminalità organizzata. Quindi no della Lega (e del Pdl) alle intercettazioni per i cosiddetti reati spia, vale a dire quei crimini satellite dell’associazione mafiosa, che nella maggior parte dei casi hanno messo gli inquirenti sulle tracce delle cosche, permettendo così l’arresto dei grandi boss. Laura Garavimi, capogruppo dei Democratici in commissione Antimafia, sottolinea che “le nuove norme consentono le intercettazioni solo se una persona è indagata per mafia ma, nella sostanza, si impedisce l’uso di questo importante strumento impedendo di attivarle per tutti i reati considerati spia di interessi mafiosi (usura, spaccio, sfruttamento della prostituzione, estorsione, rapina, ricettazione, reati ambientali, incendi dolosi, reati economici) se non in presenza di evidenti indizi di colpevolezza. Nonostante l’allarme del Procuratore Antimafia, Piero Grasso e di tutta la magistratura, Pdl e Lega hanno deciso per la loro strada, facendo tirare un bel sospiro di sollievo a grandi e piccoli boss mafiosi. Dopo il voto di fiducia sulla legge che impedisce le intercettazioni, tutti gli italiani potranno finalmente capire che Pdl e Lega non hanno intenzione di disturbare il potere mafioso. La norma è solo una facciata.

A scuola di dialetto. Da ricordare anche la recentissima proposta leghista in materia d’istruzione. Dopo la trovata delle classi ponte per tenere i bambini stranieri lontano da quelli italiani, Bossi e compagni hanno pensato ai test di dialetto per sbarazzarsi degli insegnanti “terroni”. Un’idea che in generale può far ridere, ma che deve preoccupare nel momento in cui il ministro della Pubblica Istruzione Maria Stella Gelmini dichiara di “prendere in considerazione l’idea”. È il responsabile Istruzione del PD, Giuseppe Fioroni, a richiamare il ministro “indeciso”: “Adesso basta. Forse il ministro Gelmini non ha chiaro che qui non sono in
gioco i rapporti fra Pdl e Lega ma la difesa della serietà della scuola. Le sue dichiarazioni sono troppo evasive: non faccia il “Sor Tentenna”, intervenga con chiarezza e non cercando di conciliare l’impossibile. La scuola non è un teatrino da usare per patetiche riedizioni di guerre secessioniste fra nordisti e sudisti ed è invece il luogo dove educare la futura classe dirigente di questo Paese”. Anche Maria Pia Garavaglia si afferma: “Proprio per la sua natura locale il dialetto non può divenire una materia d’insegnamento, poiché appartiene a una cultura diversa da quella scolastica. E in ogni caso chi stabilisce qual è il ‘veneto’ che va insegnato a scuola? Quello di Venezia? O quello di Vicenza? E perché non quello della mia Verona? Ma come si fa poi con quelli del Polesine? E vogliamo dimenticare il Cadore? Insomma, parliamo di cose più serie”.

Energie sprecate. Anche in materia di crisi economica il Carroccio sembra orientato alla politica dell’ “ognuno per se”. Nel articolo 3 del dl anticrisi fioccano i privilegi per le aziende settentrionali, accompagnati da un ingente spreco del denaro pubblico, proveniente anche dal Mezzogiorno. Come spiega Ludovico Vico, deputato Pd in commissione Attività produttive della Camera “L’art. 3 aggiunto al decreto anticrisi su spinta della Lega Nord, prevede infatti l’introduzione di un regime di beneficio per le imprese distributrici con meno di 5000 punti serviti, estendendo a tali imprese un regime oggi previsto in via del tutto eccezionale per le sole ‘imprese elettriche minori’ che sono 14 in tutto il territorio nazionale, che forniscono energia ad aree particolari come le piccole isole non interconnesse con la terraferma, quali Lipari o Pantelleria. Tale regime prevede, in sostanza, un’integrazione della tariffa ricevuta dai cittadini se essa risulta insufficiente a coprire i costi: naturalmente le risorse da destinare a tali imprese vengono prelevate dalle bollette di tutti i cittadini italiani. Si tratta di un sistema che non incentiva al contenimento dei costi. La stessa Autorità per l’energia elettrica e il gas ha avviato un procedimento per la riforma di questo sistema. L’estensione di un sistema tariffario, nato con la nazionalizzazione e che aveva senso in realtà eccezionali, a tutte le imprese distributrici con meno di 5.000 clienti appare irragionevole: si finirebbe per regalare fondi pubblici a circa 100 imprese distributrici, per le quali non sussistono affatto le particolari esigenze riscontrabili nelle aree non interconnesse del Paese. Ad aggravare il decreto prevede che eventuali maggiori costi debbano non solo essere posti a carico della collettività, ma che la verifica di questi costi debba avvenire anche a valere su criteri semplificati; tale semplificazione, difficilmente potrà coesistere con efficaci procedure di verifica della reale sussistenza dei medesimi costi. Ci troveremo, dunque, di fronte ad aziende inefficienti che ricevono un contributo in tariffa, senza che nemmeno i costi dichiarati possano essere realmente verificati”.

Pronto l’esercito dei nordisti. La chiusura del parlamento è stata accompagnata da una “promessa“, tanto per non deludere i numerosi fan delle boutade leghiste: subito dopo l’estate si comincerà a discutere la divisione delle forze armate e la creazione dell’esercito del Nord. È il deputato Caparini a proporre la “secessione militare” alla Commissione Difesa della Camera, scatenando la reazione della rappresentante Pd Rosa Villecco Calidari: “La relazione che accompagna quella proposta di legge è un inaccettabile documento razzista. Come si può anche solo pensare che il parlamento possa discutere un provvedimento che parte dal presupposto per cui ”l’efficacia operativa degli alpini è compromessa dalla presenza di volontari provenienti dalle regioni del Sud”? E che per “salvare l’identità del corpo degli alpini” si deve aumentare il numero di militari del Nord e ridurre quelli del Meridione, anche prevedendo diversità di paga. E’ allucinante, è una discriminazione inaccettabile! Nel giorno del vertice di maggioranza sul Sud – aggiunge – chiediamo un atto di responsabilità e una netta presa di distanza da questa ennesima provocazione della Lega. Il Pd si opporrà strenuamente per impedire anche la sola discussione di un provvedimento che consideriamo incostituzionale, razzista e discriminante e che fa male alle istituzioni e alla credibilità del parlamento”.

Quote latte per il nord? Le paga il sud. La vicenda delle quote latte, battaglia sostenuta fortemente dalla Lega si conclusa con la vittoria del più furbo. La negoziazione con l’UE ha portato ad una nuova assegnazione delle quote, con la conseguente assegnazione dell’80% delle risorse agli allevatori del nord, la maggior parte dei quali si era segnalata per aver infranto le regole vigenti a scapito dei concorrenti. Ebbene, ai trasgressori non toccherà neanche pagare le multe, il Dpef le condona…ancora. “Non riusciamo a comprendere – spiega il deputato Francesco Boccia – la differenza tra le clientele in Campania o in Sicilia e queste dell’intera pianura padana, tranne che quella del dialetto. Questa è una mancanza di serietà sulla quale i colleghi del Pdl e in particolare quelli del Mezzogiorno (l’80% delle risorse va ad allevatori multati del Nord) dovrebbero dire da che parte stanno: se da quella del Paese onesto che lavora e paga le tasse e che ancora una volta viene scippato dei soldi necessari per le sue opere primarie o da quella dei furbi e in alcuni casi pregiudicati (ma ricchi) allevatori del Nord che votano Lega, non vogliono Roma padrona ma non disdegnano i soldi di Roma e dei meridionali per pagare le multe delle quali sono responsabili. Resta di fondo la nostra convinzione: il decreto è un condono a favore delle pochissime aziende che in spregio alle regole dell’Unione Europea e al dettato della legge 119 del 2003 si sono mosse nell’illegalità”.

Salvini Show. E fra una proposta di legge assurda ed un’altra negli ultimi mesi si è inserito uno dei membri più pittoreschi della compagine di Bossi, l’onorevole Salvini. È sua la proposta di legge sulle carrozze della metro riservate ai milanesi e fu lui a cantare dei cori da stadio contro i napoletani (si puù guardare il vide su Youtube). Vinicio Peluffo, deputato Pd e componente della commissione Attività Produttive della Camera ha così commentato le gesta del goliardico collega: “In parlamento l’on Salvini promuove il ‘club parlamentari amici della birra’ e pochi giorni dopo scoviamo un suo video dove la birra gli fa un brutto scherzo. O Salvini, la birra non la regge, e da ubriaco si è fatto pizzicare in cori razzisti, oppure la birra la regge benissimo e da sobrio si è messo alla testa di un coro di cui dovrebbe vergognarsi. In ogni caso Salvini ci risparmi la sua solita mezza smentita, che puntualmente segue le sue scivolate. Chieda semplicemente scusa e si faccia, come si diceva una volta, un bell’esamino di coscienza. Aspettiamo fiduciosi che si renda conto della gravità e, conseguentemente si dimetta da consigliere comunale, da deputato, da parlamentare europeo, ha solo l’imbarazzo della scelta visto il numero di cariche che continua ad accumulare”. Per il momento Salvini ha rinunciato “solo” alla carica di parlamentare europeo, ma la speranza è l’ultima a morire.

E ancora Malpensa, Abruzzo, TAV. E tanto per concludere un elenco di prodezze che sembra infinito ricordiamo la bugia della Lega che è già leggenda. Partiti al grido di “Salviamo Malpensa”, i leghisti hanno alla fine fattola più penosa delle retromarce. Le scelte del governo non hanno solo penalizzato l’aeroporto milanese,l’hanno ridotto all’ombra di se stesso. L’Ordine del giorno proposto dal PD mesi fa e votato dalla Lega prevedeva la liberalizzazione dei voli su Malpensa, obiettivo impedito dall’azione di governo e dal silenzio complice del partito che diceva di proteggere gli interessi del Nord. “Se qualcuno – ha commentato Andrea Martella, responsabile Infrastrutture del PD – aveva creduto all’ipotesi di un rilancio di Malpensa ormai è servito: Malpensa è ufficialmente un aeroporto fantasma per Alitalia. Lo avevamo detto che non sarebbe stato potenziato anzi che sarebbe diventato un deserto e purtroppo abbiamo avuto ragione. Basta pensare che nell’estate 2007 i voli da Malpensa erano più di 1200 a settimana, oggi sono meno di 200. Mi chiedo con quale faccia la Lega abbia il coraggio di parlare alla gente del Nord: la vicenda di Malpensa è un visibile tradimento”.
E dopo i danni al settore aereo, la Lega rischia di incidere pesantemente anche su quello ferroviario. Il progetto di portare la TAV in Veneto, tra l’altro considerata una priorità del Dpef, rischia di arenarsi a causa dell’ostruzionismo del Carroccio. “Per realizzare davvero – dice Valter Vanni, responsabile Infrastrutture del PD Veneto – il tratto veneto dell’Alta Velocità serve un accordo di responsabilità tra PDL-PD sull’individuazione, in primo luogo, del tracciato e, in secondo luogo, delle fermate (esclusa quella di Venezia, già prevista sotto l’aeroporto Tessera). Oggi la Lega si sta opponendo ad ogni ipotesi di tracciato, come fece a suo tempo con il Passante di Mestre. Pertanto hanno poco da esultare Sacconi e Brunetta perché il Governo, facendo un doveroso passo indietro, ha inserito la TAV veneta (non tutta ma solo il tratto tra Padova-Verona) tra le opere prioritarie nel DPEF. Il vero nodo, ancora irrisolto, è l’individuazione del tracciato e delle fermate e questo potrà essere “sciolto” solo se le forze politiche “del fare” che hanno a cuore gli interessi veri del veneto si mettono intorno a un tavolo e collaborano per il conseguimento del risultato. Non è un caso che l’unico tratto realizzato di AV/AC in Veneto sia quello tra Padova e Mestre Venezia, frutto a suo tempo di un accordo bipartisan tra FI e AN da una parte e DS e Margherita dall’altra, insieme alle FS. Se Galan ritiene davvero che la TAV sia una priorità per l’economia veneta deve trovare il modo per mettere a tacere la Lega».
E se questo è il ben servito per i fratelli nordici, che sorte potrà mai toccare ai terremotati d’Abruzzo? Solo due giorni prima della pausa estiva, Pdl e Lega hanno respinto un emendamento al Dpef – a firma dei senatori Legnini, Lusi e Marini – con cui si obbligava il Governo, per i prossimi quattro anni, a garantire l’integrale copertura della ricostruzione.

Il bilancio di oltre un anno di lavoro sembra essere davvero impietoso con il partito del senatur. Aperti al dialogo ma pronti ad attaccare chi si oppone. Istituzionali ma avvezzi a bravate in parlamento e cori razzisti. Con il Nord ma disposti a dimenticarsene se in ballo ci sono un paio di poltrone. Sembra che ormai le carte di Bossi & co. siano già tutte sul tavolo e che “il peggio sia alle nostre spalle”. Non sarebbe una sorpresa però se la frasetta di berlusconiana fosse sbagliata tanto per la crisi economica quanto per gli amici leghisti.

Ivana Giannone

 

 
 
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