Veltroni: «Lavorerò nell’Antimafia e sul conflitto d’interessi»

ROMA — «Buono e chiaro il discorso di Franceschini. Un passo avanti per il Partito democratico».

Cosa fa uno dei pochi leader politici italiani che si è dimesso da leader, cosa fa Walter Veltroni ex segretario Pd? «Non sono pentito, ma non sto fuori con allegria. Diciamo che sono sereno».

Dalla politica non ci si riesce a dimettere… «Voglio occuparmi dei temi che mi appassionano. Non si può accettare passivamente di vivere in un Paese in cui le mafie hanno un potere sempre più invadente. Camorristi che sparano per strada, Saviano che vive braccato, le organizzazioni criminali che fatturano 100 miliardi l’anno. Una parte del Sud è nelle loro mani, e risalgono l’Italia. Assurdo che in Italia si parli d’altro».

Quindi? «Ho chiesto al capogruppo del Pd alla Camera di far parte, come semplice membro, della Commissione antimafia».

Senza farsi troppo notare, segue anche le vicende del Pd… «Vedo due piattaforme nitidamente diverse. Una è legittimamente dentro l’evoluzione Pci-Pds-Ds. Punta a un modello di partito come ce n’erano un tempo».

L’altra? «La piattaforma di Franceschini disegna un partito con l’ambizione di cambiare radicalmente il Paese, diventando il perno dell’Alleanza riformista per l’Italia. Per me, dopo il fallimento dell’Unione, è questa la vocazione maggioritaria del Pd».

Alleanza riformista, assieme a chi? «Questo Pd dovrebbe sviluppare innanzitutto il rapporto con la formazione di Vendola, i socialisti di Nencini, i radicali ».

E Di Pietro? L’Udc? «La prima fascia di alleati è quella che ho detto. Poi, sulla base dei progetti riformisti, si possono stringere patti con le altre formazioni di opposizione».

Parliamo solo di forze politiche consolidate. «Il partito deve essere invaso dalla società civile. Perché la modernità è fatta di persone che vivono con la politica un rapporto non totalizzante. Queste persone devono essere in prima fila, come alle primarie del 14 ottobre. Altrimenti, gli stati maggiori ammalati di correntismo restano padroni. Correntismo: la malattia più grave che ha minato il Pd!».

Malattia che può vanificare il progetto? «L’errore mio più grave, da segretario, è stato non combattere a fondo le correnti. Nei partiti moderni si discute, poi si vota e si decide. Nel Pd il rischio è che ci siano tante casematte raccolte attorno ai vari leader e chiuse all’esterno. Così, la selezione delle classi dirigenti non avviene fra i migliori ma sulla base delle quote di appartenenza».

Una visione che non apre grandi prospettive. «Con Vico, sostengo: Parevan traversie, erano opportunità. Ma ciascuno deve pensare con la propria testa e non essere “uomo” di qualcun altro. I danni compiuti sono sufficienti. La grande tragedia di questi anni, che ha aperto la strada al periodo berlusconiano, è la caduta del primo governo Prodi».

Ventuno ottobre 1998, Veltroni vicepremier. «Sì, Ciampi al Tesoro, Napolitano agli Interni, Andreatta alla Difesa. Un governo troppo autonomo dai partiti. E i partiti lo fecero saltare. Rifondazione comunista, innanzitutto ».

Ma non solo. «Non solo. In quel governo nessuno ha mai parlato a nome di un partito o di una delegazione».

Quindi, certi vizi non sono mai stati debellati? «Ho fatto il segretario del Pd per soli 14 mesi. Una cosa mi dispiace davvero: dopo le dimissioni nessuno degli altri protagonisti ha alzato la mano e ha detto: “Forse qualcosa ho sbagliato anche io”. Non dipendeva da me la vicenda dei rifiuti in Campania, né l’andamento della giunta in Abruzzo. Sarebbe stato bello e generoso se qualche mano si fosse alzata. Anche fra i ministri del secondo governo Prodi…».

La mano di D’Alema. «Basta. L’eterna diatriba D’Alema-Veltroni io l’ho chiusa unilateralmente. Con le mie dimissioni e la decisione di non partecipare al congresso».

Ma il correntismo, la caduta del primo governo Prodi… «Io e D’Alema abbiamo due diverse visioni politiche. E non da oggi. Ma questo può essere fecondo e vitale, in un clima di lealtà e solidarietà».

Oggi però sembra che le carte comincino a mescolarsi. Fassino con l’ex Dc Franceschini, l’ex popolare Bindi con Bersani. «È positivo. A patto che non siano blocchi compatti che scelgono una parte o l’altra ».

Se Franceschini perde il congresso, c’è un rischio scissione dei moderati? «La risposta è no».

Cosa pensa della candidatura Grillo? «Grillo ha raggiunto il suo scopo: stare sui giornali, sempre contro il centrosinistra ».

Ieri Franceschini ha fatto autocritica sulla legge mai varata dal centrosinistra contro il conflitto di interessi. «Tema chiave. Berlusconi che convoca Fiorello per chiedergli di non andare in un gruppo televisivo concorrente del suo è una vicenda simbolica, come la demolizione della vita culturale del Paese che il governo sta attuando. Con Roberto Zaccaria lavoriamo a un testo molto semplice: incompatibilità fra funzioni pubbliche e possesso di mezzi di comunicazione».

Neanche il governo Prodi- Veltroni si occupò di conflitto di interessi. «Tutto era sospeso, in quel periodo: andava avanti il lavoro della Bicamerale per la grande riforma istituzionale, che poi Berlusconi fece saltare».

Franceschini ieri è tornato a parlare di una riforma di governo e Parlamento da condividere con gli avversari. «Gli interlocutori non si scelgono e una riforma istituzionale è indispensabile: o il funzionamento della democrazia diventa veloce, o la democrazia sarà travolta e la gente preferirà le decisioni alla partecipazione».

Non sta già accadendo? «Il modello di democrazia imperiale di Berlusconi prevede opinione pubblica debole e potere forte. Quindici anni di berlusconismo stanno lasciando il Paese in ginocchio: deprivazione di valori, sottrazione di legalità. Sfiducia e odio sono gli ingredienti più diffusi. Inquietudine e frustrazione sono diffusi quanto mai prima ».

C’è stato clamore, pochi giorni fa, per la sua rivalutazione di Bettino Craxi, più «moderno» di Berlinguer. «La prima fase del nuovo corso socialista, la stagione del congresso di Torino e della convenzione di Rimini o posizioni come quelle di Sigonella mostrarono indubbia vitalità. Ma ho sempre detto che Berlinguer ha saputo compiere strappi coraggiosi e decisivi rispetto alle posizioni tradizionali del Pci, vedi la Nato o l’Europa. E Berlinguer aveva ragione sulla questione morale. Il Psi non cadde per un complotto dei giornali. Esisteva allora una questione morale, e non riguardava solo i socialisti. Questione morale che esiste anche oggi».

Andrea Garibaldi

www.corriere.it

 

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