Per gli sfidanti del Pd il dovere di dare un senso al confronto

Il quesito che molti si pongono, a proposito del dibattito nel Partito democratico, è se i due schieramenti interni intendono davvero bastonarsi a vicenda giorno dopo giorno, fino al congresso. Circa quattro mesi all’insegna di uno scontro senza risparmio sono probabilmente più di quanto il gracile Pd è in grado di sopportare. Soprattutto se il conflitto dovesse continuare a svolgersi tralasciando i temi politici e investisse invece – come in queste prime settimane – categorie metafisiche quali la lotta del Bene contro il Male, della Luce contro le Tenebre, del Nuovo contro il Vecchio.
Su queste premesse il duello Franceschini-Bersani rischia di sfociare, non nel congresso di un partito (o in una “convenzione”, come si chiama oggi), bensì in una sorta di giudizio universale. Dopo il quale sarà difficile pretendere che i due spezzoni – il vincitore e lo sconfitto – si dispongano a lavorare insieme per il futuro del centrosinistra. Il che invece è essenziale nella vita di un partito che ha urgente bisogno di risalire dal 26 per cento, quasi un seminterrato per chi ambisce a governare l’Italia.
D’altra parte, non sembra proprio che esistano fratture incomponibili tra le diverse correnti. Semmai è emersa finora l’assenza di progetti coerenti. O per meglio dire, di una visione del paese. Siamo ancora nel regno delle formule e dei messaggi non sempre chiari. Né la «vocazione maggioritaria» (variamente declinata) di Franceschini, né il «ritorno al territorio» di Bersani hanno toccato la fantasia dei militanti. In fondo, a quanto sembra, il chirurgo laico-cattolico Ignazio Marino, il fatidico terzo uomo, è riuscito a scaldare i cuori più di quanto non abbiano fatto i candidati maggiori. Destinato sulla carta a un ruolo minore, e forse proprio in virtù di questa condizione, Marino ha rinfrescato l’aria.
Può darsi che non sia adatto a guidare il Pd, come sottolineano ovviamente i suoi avversari, e senza dubbio la sua proposta monotematica (la laicità) rappresenta un limite. Ma resta l’impressione che nel Pd ci fosse bisogno di una simile novità, per quanto effimera possa essere la parabola del medico venuto dall’America.
Viceversa, i duellanti maggiori hanno l’evidente necessità di riempire di contenuti il loro confronto. Guai se si radicasse nell’opinione pubblica l’idea che la rivalità è figlia solo di rancori personali e del desiderio di vendetta di un segmento contro l’altro. Sotto questo aspetto, bisogna dare atto a Piero Fassino di essersi speso con passione per impedire che la resa dei conti nel gruppo dirigente sfociasse in una rissa scomposta. Certe espressioni di Franceschini, da un lato, e di D’Alema, dall’altro, hanno rivelato quanto sia forte la tensione interna. E quanto siano alti i rischi di qui al congresso.
Un dibattito vivace è indipensabile. Ma un dibattito incomprensibile e violento potrebbe essere l’ultimo errore del Pd. Non a caso Di Pietro dà l’impressione di essersi già seduto sulla riva del fiume, in attesa di sviluppi. Ne deriva che le idee, se ci sono, è bene che vengano fuori subito. Senza aspettare i canonici giorni congressuali. I vecchi riti appartengono ormai al passato. Nell’era di Facebook il congresso è già nei fatti e si svolge in presa diretta. Bersani e Franceschini (oltre a Marino, naturalmente) hanno tutto l’interesse a mettere in campo proposte e iniziative il più possibile concrete. Per far capire agli italiani cosa li divide e cosa invece li tiene uniti.

di Stefano Folli

www.ilsole24ore.com

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