Debora Serracchiani: «Non abbiamo bisogno di un capo»

di Mariagrazia Gerina

Era l’intervento più atteso della giornata. Quello che non ha bisogno di attendere l’applauso per misurare la sintonia con la platea. E invece Debora Serracchiani, la “ragazza” che ha battuto Berlusconi, lo fa. Quasi non le bastassero i voti, i contatti su internet, per sapere che è ancora lei la più amata dalla base di blogger, internauti, militanti, iscritti e non che si è data appuntamento al Lingotto di Torino. “Alzi la mano chi non ha telefonato o scritto a Debora Serracchiani in questi giorni”, domanda, bisognosa di ulteriori conferme. Ma non basta a convincerla che è il momento di fare il discorso che tutti attendono: “Volevo dirvi qualcosa che vi aspettavate. Ma ve lo dirò un’altra volta”, si sfila lei, almeno per il momento, lasciandosi aperta la possibilità ancora di decidere.
“Non abbiamo bisogno di un capo, di una figura di una figura salvifica, del messia. Queste figure qui lasciatele agli altri”, sferza la platea. E con questa premessa risponde, ma a suo modo, all’appello. “Io ci sarò, perché è improtante che ci siano persone come me. Ma ci dovete essere anche voi perché senza di voi il congresso rischia di essere una resa dei conti”, dice a ristabilire un patto che tra lei e la platea era implicito fino a poche ore fa. Ma che ora in questo delicatissimo passaggio, in cui le sue strade e quelle degli altri potrebbero separarsi, sente evidentemente di dover rinsaldare.

E di “patto” parla Debora Serracchiani. E’ quella la sua proposta. “Dobbiamo pensare a costruire una squadra, una classe dirigente che non si ccontenti di vincere il congresso ma che vinca le elezioni”. Parla di una leadership collettiva. Ma spiega che ci vuole qualcuno tra i vecchi si faccia da parte e “che qualcuno invece assuma la responsabilità di un patto generazionale e dica: vi aiuto a diventare classe dirigente del 2013”. Che il riferimento sia a Franceschini è abbastanza chiaro. Anche se Debora preferisce non citarlo esplicitamente.

Detto questo, scandisce i suoi temi. I diritti. Ma “prima di me lo ha già detto molto bene Marino”, è costretta a dire. Il lavoro: “Un contratto unico senza distinzioni tra precari e lavoratori garantiti”. Etc. Lo fa come se fosse ancora la giovane dirigente che dice la sua davanti a Franceschini. Ora è qualcosa di più. Ma non ancora la leader che tutti aspettavano.

www.unita.it

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