Aldo Moro: “Il compito del politico”

 Il politico non ha solo il compito di non guastare quel che la vita sociale, nel suo evolvere positivo, va di per sé costruendo. Tra la disponibilità e la realtà, tra la ricchezza di base e la composizione armonica nel contesto sociale vi è uno spazio molto vasto (e ricco di problemi di ogni genere), il quale ha da essere occupato da una indispensabile e lungimirante iniziativa politica. Ad essa spetta fare una sintesi appropriata ed organizzare il consenso non intorno a dati particolari, benché importanti, ma intorno ad un disegno complessivo e, nella sua complessità, compiuto e stabile. 
Giungere all’unità comporta una grande comprensione delle cose, una visione di insieme, la ricerca di giusti equilibri, un vero sforzo di organizzazione. È un modo di procedere, del resto inevitabile, il quale rende la vita politica complicata, scarsamente decifrabile, qualche volta irritante. È qui la base di quella diffidenza che contesta alla politica la sua funzione ed il suo merito. Eppure non si tratta, bisogna ribadirlo, di alchimie, di artifici, di cortine fumogene, ma di una seria ponderazione degli elementi in gioco, di una ricerca di compatibilità, di una valorizzazione della unità nella diversità.

 Articolo di Aldo Moro su “Il Giorno”, 3 marzo 1978

 Lettura consigliata a coloro che in questi giorni stanno compiendo scelte miopi …

 
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Una risposta a “Aldo Moro: “Il compito del politico”

  1. Mi auguro vivamente che qualche altro democratico apprezzi questo tuo richiamo, che ritengo appropriato e significativo. Del resto le mie origini politiche non possono certo dimenticare Enrico Berlinguer, che in quel contesto da te evocato certamente ha avuto una notevole rilevanza. Ma la statura politica di questi due uomini, se condividi, preferirei non accostarla minimamente allo scenario che oggi abbiamo difronte.
    In questi giorni di ferie ho letto moltissimo, ovviamente con un occhio di riguardo alle vicende del PD, al famoso “dibattito interno”. Cercando di documentarmi ho letto un articolo sul “terzo fronte”, con la stessa svogliata neghittosità con la quale da ragazzo studiavo chimica.
    Mentre leggevo mi sentivo nel contempo impreparato a un eventuale esame sul “terzo fronte”. Paventandone un quarto e non avendo ben chiaro nemmeno quali siano il primo e il secondo fronte mi sono ritrovato in preda a una imprevista diffidenza per la democrazia partecipativa, le primarie, le secondarie, i precongressi e i congressi. Sogno un regolamento di conti interni, di palazzo, con congiurati nascosti dietro le tende, duelli all’arma bianca, al termine del quale ci comunichino i nomi dei morti e quelli dei pochi sopravvisuti, con una radicale riduzione del cast. Ho equanime simpatia per tutti o quasi i contendenti, stimo Rosy Bindi, apprezzo Franceschini, sono amico di Veltroni, ammiro D’Alema, ho votato per Sassoli e per Brogioni, rispetto Bersani, leggo le interviste di Cacciari, mi piace la Finocchiaro, non mi sfugge il peso politico di Castagnetti, Fioroni e Parisi, tifo per i cinquantenni ma non disdegno i quarantenni, i trentenni, i sessantenni e i troppo sottovalutati ottantenni. Ma è questo che il PD di Veltroni, per il quale hanno votato tre milioni e mezzo di cittadini, si meritava? Non credo proprio. Quale sarà la linea politica del PD a Colle? Chi la deciderà e con quali criteri? Quali cervellotiche linee programmatiche dovranno maturare al sole di questa estate? Voglio stare al difuori dei dibattiti interni del Palazzo romano, ma voglio partecipare con convinzione, lealtà e con idee nuove al dibattito politico colligiano con l’intento di far assumere a ciascuno la responsabilità del proprio operato, di far emergere le capacità vere (se esistono) di chi amministra o dovrà amministrare, la politica o la cosa pubblica. Chi non sarà in grado, per favore si faccia da parte, in nome della democrazia, della sua stessa sopravvivenza. M.M.

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