I tormenti di Tremonti nell’anno terribile

di EUGENIO SCALFARI

 

Lo dico senza ironia: mi sto sempre più affezionando a Tremonti perché lo vedo profondamente tormentato. Per molto tempo non ho preso sul serio quella sua melanconia, pensavo che facesse parte d’una recita lucidamente messa in scena per ingraziarsi il pubblico e le gazzette e – magari – rafforzare la sua futura candidatura politica a succedere al suo “boss” quando il momento verrà. Ma ora credo d’aver capito le cause di questo suo sentimento.
Tremonti teme che nell’anno terribile che abbiamo appena cominciato a percorrere il Tesoro non riuscirà a raccogliere sul mercato italiano ed europeo i denari necessari a finanziare il fabbisogno necessario per le casse esangui dello Stato. Teme – ed ha ragione di temere – che i titoli italiani non troveranno sottoscrittori, attratti dai titoli emessi dagli altri paesi membri dell’Unione europea e in particolare dalla Germania e dalla Francia.

Ci sarà, in questo 2009, una marea di nuove emissioni per finanziare i deficit dei bilanci europei, tutti in grave disavanzo per arginare con maggiori spese e con sgravi fiscali la recessione ormai in atto. I risparmiatori chiamati a scegliere a quale titolo affidare i loro risparmi preferiranno i “bond” tedeschi e francesi o addirittura i “Treasury bond” del Tesoro americano, a quelli italiani. Non inganni l’andamento delle ultime aste, dove la domanda di Buoni del Tesoro a tre mesi è stata superiore all’offerta. Si trattava di importi relativamente modesti e Germania e Francia dal canto loro non avevano ancora inondato il mercato con emissioni massicce. Ma nel prossimo futuro non sarà più così. L’incubo di Tremonti è questo: fare la fine della Grecia, dell’Irlanda, della Spagna e della stessa Inghilterra. La Grecia, se non interverrà a tenerla in piedi il Fondo Monetario internazionale, finirà addirittura fuori dall’euro; l’Irlanda corre lo stesso rischio.

L’Italia è ancora lontana da quella soglia, ma il pericolo non è immaginario, esiste ed è concreto.

L’alternativa sarebbe quella di stampare carta moneta, ma questo è un potere che ha trasmigrato da Roma a Francoforte, non è più sotto il controllo della Banca d’Italia ma della Bce. Senza dire delle conseguenze anomale (e quanto anomale) che una politica del genere produrrebbe sul tessuto dell’economia reale e di quella finanziaria.

Questa è la vera ragione della recente “fede” europeista di Tremonti, del suo tentativo di creare un “fondo sovrano” europeo, una Cassa Depositi e Prestiti europea, una Bei (Banca europea degli investimenti) dotata di fondi eccezionali per il finanziamento di opere pubbliche.

Tremonti ha puntato tutto su queste ipotesi, nessuna delle quali è andata però a buon fine. Ora sta puntando su aiuti europei ai vari settori industriali in difficoltà, a cominciare dall’automobile, ma su questa strada non si potrà far molto se non allargare i cordoni della borsa per aiuti nazionali e coordinati alle imprese automobilistiche che lavorino a nuovi tipi di autovetture “verdi”, alimentate da energie alternative. Briciole, ipotesi futuribili, che Germania e Francia hanno già superato per evitare fallimenti a catena e disoccupazione dilagante, per non parlare degli aiuti americani agli ex “grandi” di Detroit.

Il nostro ministro dell’Economia aspetta di vedere fino a che punto Obama interverrà nella politica economica Usa e come reagiranno le autorità europee. Non farà nulla senza il consenso dell’Europa e senza la partecipazione finanziaria dell’Europa. Altre alternative non ci sono.

Il suo peccato originale fu di consentire nel giugno scorso l’abolizione dell’Ici, l’operazione Alitalia, lo sperpero d’un paio di miliardi in regalie varie, un totale di otto-dieci miliardi di euro che oggi sarebbero stati preziosi anche se insufficienti.

Peccato di omissione, mancata resistenza alla fuga in avanti del suo “boss”. Di qui il suo tormento. Come persona fa tenerezza, come responsabile politico dell’economia si trova in una difficilissima posizione che lo spinge a sottovalutare in pubblico la gravità d’una situazione a lui perfettamente nota.

* * *

I tormenti di Tremonti sono naturalmente una metafora; quello che ci importa sono i mali del paese, cioè di tutti noi. In parte ereditati da vent’anni di dissipazione e di crescenti e non più tollerabili diseguaglianze sociali e territoriali; in parte aggravati da un quindicennio berlusconiano che ha approfondito quelle diseguaglianze e dissestato ulteriormente i conti pubblici.

Veltroni ha detto l’altro giorno una verità nota da sempre agli specialisti ma mai resa esplicita nel dibattito pubblico: ogni volta che Berlusconi è stato al governo la spesa è aumentata di due punti di Pil. Aumentata e dissipata, con diseguaglianze che hanno ora contagiato anche il Nord. C’è un Nord ricco di fronte ad un Sud povero, ma anche un Nord ricco di fronte ad un Nord povero in via di progressivo ulteriore impoverimento.

Tremonti ha certamente un piano per superare l’anno terribile; quale sarà lo si è capito da tempo: trasferire risorse da Regioni e Comuni al Bilancio dello Stato.
Queste risorse serviranno a triplicare il finanziamento della Cassa integrazione, che per far fronte al crollo della produzione dovrà passare da 1,2 miliardi a quattro; ma almeno altri due miliardi gli serviranno per estendere gli ammortizzatori ai licenziati e licenziandi che vengono dal lavoro precario e anche dal lavoro nero. Infine gli sgravi fiscali per sostenere le famiglie e i loro consumi.

Mettendo tutto insieme, solo per far fronte a questo livello minimo di resistenza ci vorranno dieci miliardi in aggiunta ai cinque già previsti dal decreto anticrisi approvato tre giorni fa dalla Camera. Dieci miliardi sottratti a Regioni e Comuni, cioè a servizi e opere pubbliche di immediata fattibilità.

Si parla molto in queste settimane dei guai e delle discordie nel Partito democratico. Sono fatti spiacevoli e grattacapi seri, ma quisquilie se si confrontano con il fallimento d’una politica economica inerme e impotente di fronte alla più grave crisi degli ultimi ottant’anni. La recessione del Pil del 2 per cento nel 2009 è ormai certificata dalle istituzioni internazionali. “Si ritornerà al Pil del 2005” ha detto il ministro dell’Economia ostentando la massima calma e aggiungendo: “Non è certo un ritorno al Medioevo”. Con tutto il rispetto, onorevole ministro, a me paiono parole irresponsabili perché dietro quell’arida cifra del 2 per cento ci sono milioni di famiglie, di volti, di storie in gravi e gravissime difficoltà. Non sta bene insultarli sia pure con l’intento di rassicurarli. Il suo compito, come da molte parti le è stato ricordato, è di dire la verità e di spiegare in che modo lei intenderà procedere.

Questo vorremmo sentire ma questo non abbiamo mai sentito.

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