Questione morale: non difendiamo l’indifendibile

Caro direttore, se il Presidente della Repubblica denuncia il preoccupante impoverimento culturale e morale della politica, non solo nel Mezzogiorno, tutti i partiti devono sentirsi chiamati in causa.
E ciascuno è chiamato a guardarsi in casa, senza nulla concedere alla pratica, anch’essa una forma di malcostume politico, di mostrarsi severi con gli altri per poter essere più indulgenti con se stessi, perché il problema purtroppo riguarda sia centrodestra che centrosinistra, come anche la vicenda dell’Abruzzo dimostra.

Il Partito democratico non ha alcuna intenzione di essere indulgente con se stesso. Come ha scritto giustamente Pierluigi Battista, ne va della nostra ambizione di rappresentare un fattore di cambiamento, di rinnovamento culturale e morale del Paese, oltre che di alternativa credibile alla destra. Ha ragione dunque Oscar Luigi Scalfaro, quando ci chiede di riuscire dove la maggior parte dei partiti della Prima Repubblica fallì: saper selezionare i propri dirigenti e i propri rappresentanti sulla base della loro capacità politica e insieme, indissolubilmente, della loro moralità e trasparenza, ben al di là degli stessi vincoli di legge e senza delegare questa fondamentale funzione al pur essenziale controllo di legalità da parte della magistratura.

Mentre ci poniamo questo obiettivo, non ci sfugge quanto sia impervia la strada per raggiungerlo. Non è facile coniugare la capacità di rappresentanza della società italiana, una rappresentanza che vogliamo ampia e aperta, per così dire «in presa diretta », senza i filtri dirigisti di burocrazie e apparati, con l’accortezza di non assorbire e poi addensare anche le tossine che nella società italiana circolano e, in particolare in alcune aree del Paese, rischiano di rappresentare un fattore condizionante, se non addirittura dominante.

Il Pd, il centrosinistra hanno una lunga positiva tradizione di governo delle città e del territorio. Ma in qualche caso, troppi per me, ci sono esperienze politiche e amministrative che hanno visto appannarsi i fattori che le avevano portate ad affermarsi nelle loro comunità: la trasparenza morale, la competenza professionale, il riformismo innovatore. In molte realtà, questi fattori si sono consolidati in un rapporto forte e maturo con la società civile.
In altre invece, certamente meno delle prime ma sempre troppe, la trasparenza è diventata opacità e uso del potere per alimentare il consenso, la competenza si è rovesciata in professionismo politico, non di rado cinico e arrogante, il riformismo innovatore si è spento in una gestione del potere fine a se stessa.

Il Pd può uscire più forte e più credibile da questo passaggio critico. Ma potremo farlo solo se sapremo rifuggire dalla tentazione di chiuderci a difesa dell’indifendibile e se sapremo invece nutrire il coraggio di scommettere in modo ancora più deciso sull’innovazione.
L’innovazione è anzitutto politica. L’abbiamo chiamata «vocazione maggioritaria ». Che non è vacua ricerca della solitudine o presunzione di autosufficienza, ma ambizione di cambiare in profondità i rapporti di forza politici nella società italiana. Questa visione è del tutto compatibile con la ricerca e la paziente costruzione di alleanze programmatiche chiare. È invece del tutto alternativa all’illusione di compensare con alleanze eterogenee e disinvolte, l’incrinarsi della propria credibilità politica, o la minorità del proprio consenso elettorale.

La seconda dimensione dell’innovazione è programmatica. Noi ci candidiamo a governare, il Paese come il più piccolo dei comuni italiani, non per gestire l’esistente, ma per rappresentare il bisogno e la domanda di cambiamento che la società italiana esprime. La tensione riformatrice, insieme alla vicinanza quotidiana alle persone, è la condizione indispensabile per il successo delle nostre esperienze amministrative e di governo, ma anche il migliore antidoto alla riduzione della politica ad una lotta senza scrupoli per un potere che diventa fine a se stesso.

La terza dimensione dell’innovazione è quella della nostra classe dirigente diffusa, nazionale e locale. Noi scommettiamo sulla democrazia e siamo forse gli unici a farlo. La nostra vita interna è ancora molto diversa da come la vorremmo, ma se ci guardiamo intorno vediamo quasi solo partiti che nascono e muoiono per un gesto sovrano, sia esso l’annuncio dal predellino di una macchina o una lacrima che scioglie il partito in un applauso. O, all’opposto, microformazioni personali, piccole imprese politiche a conduzione familiare.
Si vedono ormai partiti che non hanno vita democratica, in cui dirigenti e candidati vengono scelti da una persona. E su questo non ascolto nessuna delle parole severe che commentano la vita democratica, questa sì indiscutibile, del Pd.

Noi scommettiamo sulla democrazia, la democrazia diretta dei nostri elettori, gli unici titolari della decisione sulle prime cariche di partito e sulle candidature, attraverso le primarie, da coniugare con la democrazia degli iscritti, il nostro vasto volontariato politico, che può e vuole rappresentare una delle strutture portanti della nostra vita civile. Da questo grande popolo dovrà emergere in tempi rapidi una nuova classe dirigente.

Ma se la democrazia è libertà, è partecipazione, è rinnovamento, è anche autorità.
Non a caso, insieme ad uno statuto che delinea un modello di democrazia interna che non ha precedenti nella storia dei partiti politici italiani, l’Assemblea costituente ha approvato un rigoroso codice etico e previsto un’apposita magistratura interna incaricata di applicarlo e farlo rispettare. Non saranno norme che resteranno sulla carta, ma il nostro contributo a quel rinnovamento dell’etica pubblica che è indispensabile al futuro della nostra democrazia.

www.partitodemocratico.it

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