In piazza il popolo dei call center

Il popolo “in cuffietta telefonica” scende in piazza per protestare contro le politiche retrograde del governo. In centinaia sono arrivati a Roma da tutta la penisola per rivendicare diritti, garanzia e tutele per le migliaia di lavoratori precari che affollano l’universo dei call center. La manifestazione è stata organizzata dai Cgil, Cisl e Uil di Roma e Lazio e dai sindacati di base. “I diritti al lavoro” è slogan scelto dagli organizzatori. Il corteo, partito da piazza della Repubblica, è giunto intorno a mezzogiorno a piazza Venezia, per nulla intimorito dalla pioggia battente caduta sulla capitale. “Telefoni muti in tutto il Paese”, esclama la piazza.

Obiettivo della manifestazione è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica e un governo, che nella finanziaria triennale varata a luglio ha fatto piazza pulita di tutti gli interventi messi in campo dal governo Prodi, che andavano nella direzione di una progressiva stabilizzazione dei lavoratori precari dei call center. Un settore da sempre simbolo della de-regulation selvaggia, del precariato usato anche quando non serve. Chiedere al governo, dunque, di riaprire il tavolo di concertazione con le parti in vista delle scadenze per la regolarizzazione dei contratti.

Le vicende degli ultimi due anni, purtroppo, non sembra aver fatto scuola. E i call center continuano ad essere terreno fertile per gli abusi più indecenti. Ultimo caso, quello delle centraliniste dell’ospedale di Legnano, la cui protesta è finita su YouTube: anche per loro, dopo tre anni di contratti precari, è arrivato il benservito. Già, perché come se non bastasse, a mettere a rischio i lavoratori ci si è messo anche il decreto 112, la manovra economica triennale del governo Berlusconi in cui vengono demolite le garanzie per i precari introdotte dal governo Prodi. Tra queste, anche l’obbligo di assunzione dopo 36 mesi di contratti: con il centrodestra al governo, i lavoratori devono accontentarsi di un risarcimento, nemmeno troppo corposo. Strada sbarrata anche per chi prova a rivolgersi a un giudice: anche qui, al massimo si otterrà qualche spicciolo, ma nessun Tribunale potrà più ordinare il reintegro dei lavoratori ingiustamente licenziati.

Da qui lo sciopero e la manifestazione che, si legge nella piattaforma, è “a difesa della buona occupazione, contro il dumping delle imprese più scorrette, per maggiori controlli ispettivi, per una maggiore responsabilità dei committenti e per la stabilizzazione dei lavoratori precari ancora presenti nel settore”. Molto è stato fatto, ricordano i sindacati, negli anni scorsi ma tutto sembra essersi fermato. “Occorre attivare nuovamente il Tavolo nazionale sui Call Center presso il Ministero del Lavoro – sottolineano Cgil, Cisl e Uil – anche per sapere che fine hanno fatto gli oltre 8 mila verbali sanzionatori frutto dell’attività ispettiva fino intrapresa”.

DAMIANO: “GOVERNO ABBANDONA LA STRADA DELLA REGOLARIZZAZIONE E PRIVILEGIA IL LAVORO PRECARIO”

Alla manifestazione ha preso parte anche il viceministro del Lavoro del governo ombra del PD Cesare Damiano, che ha spiegato a partitodemocratico.it qual’è l’intento della mobilitazione: “La manifestazione a cui ho preso parte – ha spiegato – ha chiesto al governo Berlusconi di proseguire sulla strada tracciata dal precedente esecutivo, quella della regolarizzazione dei giovani del settore dei call center”. L’ex ministro del Lavoro ha ricordato alcuni dei passi mossi in questa direzione dal governo Prodi. In particolare due circolari. “La prima, del giugno 2006, ha portato, attraverso accordi sindacali, alla stabilizzazione di 24mila lavoratori. La seconda, emanata nell’autunno del 2007, ha esteso il principio della cancellazione del lavoro a progetto quando di esso si fa un uso improprio, ossia quando il progetto non esiste e ci si trova di fronte a vere e proprie forme di lavoro subordinato”. Dai call center a pony express a letturisti di contartori e tanti altre occupazioni in cui sono impegnati i giovani.

L’azione del governo Prodi e del ministro Damiano non si è fermata alle due circolari. “Abbiamo prolungato il tempo entro il quale le aziende possono regolarizzare i lavoratori, attraverso condivisi accordi sindacali”. Tutti interventi che però rischiano di risultare vani se il governo attualmente in carica decidesse di prendere una strada diversa da quella segnata. “Alla fine di questo mese – ha ricordato l’esponente del PD – scade il periodo della regolarizzazione. A differenza di quanto avvenuto con noi, con le convocazioni delle parti al tavolo ministeriale, il governo non ha più praticato l’obiettivo della concertazione, anche perché nei decreti recenti ha teso a privilegiare il lavoro flessibile e precario”.

Insomma, ha riconosciuto Damiano, “c’è un orientamento del nuovo governo che è in netta controtendenza rispetto alla nostra impostazione. Questo vale, per esempio, per il pubblico impiego e per il lavoro a chiamata. Si cambiano le regole del protocollo welfare, non si procede sulla strada dei controlli e delle ispezioni nei settori ad alta concentrazione di precarietà”. In conclusione, “chiediamo al governo di convocare il tavolo di concertazione delle parti sociali prima della scadenza dei contratti del 30 settembre prossimo, per verificare le possibilità d’accordo. C’è un bacino di 30mila lavoratori che attendono la regolarizzazione, oltre ai 24mila già regolarizzati. In caso contrario si rischia di avvantaggiare il ‘lavoro di sottoscala’, quello che predilige il lavoro nero, e quindi le aziende che fanno concorrenza sleale alle aziende sane e trasparenti che hanno regolarizzato i loro dipendenti. E’ come se il governo dicesse: ‘Vinca il peggiore’”.

Stefano Cagelli

www.partitodemocratico.it

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