Dario Franceschini a Festa Democratica

“Tantissimo tempo fa, in qualità di capogruppo dell’Ulivo alla Camera, sono stato chiamato ad inaugurare la Festa dell’Unità di Firenze. Era un fatto straordinario per uno che faceva parte di un altro partito. E’ passato un anno. Lo scenario politico italiano è cambiato radicalmente, soprattutto grazie al fatto che in questo anno è nato e si è consolidato il Partito Democratico”. Queste parole sono di Dario Franceschini che, nel frattempo, di questo partito è diventato vicesegretario. E sono pronunciate dal palco della sala dibattiti della Festa Democratica di Firenze, la prima festa del nuovo partito. Sembra passato tantissimo tempo. In realtà è passato un anno.

Ad intervistare Franceschini è Bianca Berlinguer, che non si lascia sfuggire l’occasione di avere di fronte, appunto, il vicesegretario. Non si poteva che partire dal partito, dunque. “A che punto stiamo, e come la mettiamo con le beghe interne al PD?”, chiede. “Stiamo al punto che il Partito Democratico è costituito, ed è, insieme al Psoe di Zapatero, il partito riformista più grande d’Europa”. Un partito pieno di dissidi interni? “Non direi proprio – spiega Franceschini – . E’ un grande partito, che rappresenta un terzo degli italiani, e che quindi presenta al suo interno diverse aree di pensiero, discussioni aperte su diversi temi. Sono problemi interni fisiologici a un grande partito, come quello delle candidature che però, da regolamento, verrà risolto con le primarie”.
Accanto agli aspetti fisiologici, però Franceschini individua aspetti distorsivi riguardo alle dinamiche interne al PD. “La carta stampata – dice – si è specializzata in questi anni a riempire le pagine dei giornali con le beghe interne al centrosinistra. Ora l’attenzione è stata spostata sulla vita interna al Partito Democratico. Ma la Lega l’ha mai fatto un congresso? E il Pdl che doveva diventare un partito e invece è un progetto già morto?”. In effetti, soprattutto nel mese d’agosto, i problemi del PD sono stati l’argomento principale del dibattito mediatico, e non certo pubblico.

Individuare questo punto di criticità non significa negare che oggi vi siano delle difficoltà. Franceschini lo sa bene e infatti non si nasconde. “C’è chi chiede il congresso? Il mandato ricevuto da Veltroni con tre milioni e mezzo di voti alle primarie non era di vincere le elezioni, ma di superare le appartenenze e costruire il partito. Come da statuto il congresso si farà alla fine del 2009, quando il partito sarà strutturato sul territorio e avrà fatto gli iscritti”. Per fare un congresso, d’altra parte, ci vorrebbe un’alternativa alla leadership attuale e alla linea politica scelta dal PD. Su questo punto Franceschini è molto deciso: “Non si torna indietro”.

“La stagione in cui ci si metteva tutti insieme per prendere voti contro Berlusconi è finita. Il nostro giudizio sul premier e su quanto il suo governo faccia male all’Italia non cambia, ma con il Partito Democratico siamo arrivati dentro un sistema più maturo. Abbiamo portato a compimento la transizione democratica del Paese. Oggi in Italia ci sono milioni di persone che decidono per chi votare in base ai programmi e alla qualità della proposta politica che viene fatta. Il governo ombra è nato proprio con questa filosofia”. In una fase come quella che arriverà tra poco, quando i cittadini si renderanno conto che il governo non sta facendo nulla per il bene del Paese, è decisivo che il PD non si limiti a fare un’opposizione cieca e urlata. “Dovremo farci trovare pronti con le nostre proposte, i cittadini ci valuteranno in base a quelle”.

Parlando dei prossimi passi del governo, il discorso cade sulle due riforme annunciate: giustizia e federalismo. La posizione del PD è chiara: sì al confronto e alla discussione sul merito, ma senza firmare alcuna cambiale in bianco. A partire dal fatto che, sottolinea Franceschini, “le riforme costituzionali si fanno insieme e non a colpi di maggioranza”. Quanto alla giustizia, “serve una riforma che risolva i tanti problemi esistenti, nell’interesse dei cittadini”. Primo capitolo: “I tempi della giustizia civile”. Il timore del vicesegretario è quello che Berlusconi, “una volta varato il lodo Alfano, e una volta sistemata la questione intercettazioni, la riforma della giustizia non la vorrà più fare”. In questo caso, “la funzione di un grande partito riformista” è quella di “portare avanti le riforme che fanno bene al Paese”. Sì al confronto, dunque: “Dobbiamo avere le forze di dire no, ma non dobbiamo avere paura di dire sì”.

Un discorso simile vale per il federalismo fiscale. Ricordando che “la riforma del Titolo V portata avanti dal centrosinistra è l’unico provvedimento che sia mai andato nella direzione del federalismo”, Franceschini teme che “la Lega apre al PD perché ha paura di prendere un’altra fregatura”. Anche in questo caso, “siamo aperti al dialogo, ma senza alcun cedimento sul fronte della solidarietà nazionale”, che è il punto di partenza per qualsiasi tipo di riforma federale dello Stato.

Per chiudere, una battuta telegrafica sulla tanto chiacchierata questione delle alleanze. Un discorso un tantino affrettato, secondo Franceschini. “Se il governo regge mancano 56 mesi alle elezioni. Non è molto importante discutere ora di alleanze, magari con il grande risultato di spaccare il partito”. Anche in questo caso, comunque, il vicesegretario del PD non si tira indietro. “Il criterio – spiega – è fare delle alleanze omogenee per poter governare e realizzare quanto si promette ai cittadini. Con Di Pietro si vedrà come evolvono i rapporti. La sinistra radicale è disgregata e comunque nel nostro partito c’è un ampio spazio per un’area di sinistra. Quanto all’Udc – conoscendo Casini da quando lui aveva 17 anni e io 15 anni – so che lui si farà corteggiare da una parte e dall’altra per quattro anni, per poi decidere il mese prima delle elezioni”. Insomma, conclude Franceschini, quanto alle alleanze, “vedremo strada facendo…”.

Articolo di Stefano Cagelli

www.partitodemocratico.it

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