Fioroni a confronto con Ferrero alla Festa Democratica

“Le coalizioni funzionano per stare al governo non per stare all’opposizione. Se ciò non accade, negli elettori prevarrà sempre l’idea che si sta costruendo qualcosa contro qualcos’altro e non per cambiare il Paese”. Il coordinatore dell’area Organizzazione del PD Giuseppe Fioroni, a confronto con il neosegretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero alla Festa Democratica di Firenze, affronta molte delle tematiche che stanno alla base della discussione politica attuale e che riflette sulla possibilità di ricostruire in Italia una coalizione di centrosinistra in grado di offrire un’alternativa forte e credibile alla destra.

Ciò che emerge dal confronto è che, al di là di alcune battaglie che vedranno ‘le due sinistre’ combattere al loro fianco, a livello nazionale rimangono alti i distinguo tra la così detta ala radicale e quella riformista rappresentata in primo luogo dal Partito Democratico. Diverso il discorso per quanto riguarda i governi locali, dove nessuno dei due interlocutori esclude dei “alleanze di maggioranza”, a patto che siano basate su una reale condivisione di progetti e di programma di governo.

“In caso contrario – afferma Fioroni, che prende come esempio la situazione di Bologna dove ormai la separazione tra l’ala riformista della coalizione, rappresentata dal PD e dal sindaco Sergio Cofferati, e quella radicale, rappresentata in primis proprio da Rifondazione – creeremmo delle gioiose macchine da guerra ma dopo poco finiremmo per dover intonare una marcia funebre”. Ogni alleanza locale deve avere come condizione la volontà e la concreta possibilità di “essere basata su un programma di 25 pagine – e non di 350 – e sulla realizzazione di questo programma senza se e senza ma. Basta con i balletti, questo è un modo di fare più maturo”.

Chiuso il capitolo coalizioni locali, con il sostanziale accordo tra i due interlocutori sul fatto che dovranno essere concepite come alleanze di governo serie e non litigiose, il discorso passa al piano nazionale. E inevitabilmente finisce per concentrarsi su quanto avvenuto nel recente passato, quando Ferrero e Fioroni sedevano al tavolo dello stesso Consiglio dei ministri del governo Prodi, e rappresentavano due delle anime plurime che costituivano la coalizione di centrosinistra più larga di sempre. Quell’Unione così drammaticamente implosa dopo neppure due anni di governo.

Inutile dire che in questo, i due hanno visioni differenti per quanto riguarda le modalità e le motivazioni che stanno alla base del fallimento del governo Prodi. Se per Ferrero, “da parte di Rifondazione c’è stato un comportamento fin troppo accondiscendente nei confronti di un governo che non manteneva gli impegni presi”, e le responsabilità della sua fine “sono dei Mastella, dei Dini e dei poteri forti di questo paese”, per Fioroni il discorso è ben più complicato e le responsabilità del lento deterioramento della tenuta del governo è imputabile a una pluralità di fattori.

Tra i quali rientra sicuramente anche l’atteggiamento del Prc e della sinistra radicale in genere. “A novembre 2007 – ricorda l’esponente democratico – Bertinotti ci diceva con un’intervista a ‘la Repubblica’ che il governo aveva fallito e che l’Unione era finita”. Fioroni individua tutta una serie di temi per i quali l’attività principale dei componenti della maggioranza non era quella di “individuare e comunicare ai cittadini le cose positive che il governo Prodi andava facendo”, ma “distinguersi con critiche incomprensibili e volte solo a racimolare qualche voto in più”.

Dai diritti civili alla politica estera, dalle pensioni al welfare, “ogni sera i telegiornali riportavano di posizioni differenti all’interno della maggioranza, che finivano per interpretare il ruolo di opposizione in modo ancora più convincente della stessa minoranza”. Inutile dire che da una situazione del genere non poteva che scaturire un finale tragico, come puntualmente si è verificato. Passato lo choc della caduta del governo e la sconfitta elettorale – che ha frantumato la sinistra radicale e consegnato un Partito Democratico non ancora vincente, ma che si propone come la più grande forza riformista mai esistita in Italia – i distinguo rimangono.

Uno dei temi sui quali perdura una netta differenza di vedute verte sul modo di interpretare il ruolo di opposizione nel Paese. Mentre Ferrero accusa il PD di “aver sdoganato Berlusconi e la sua coalizione di destra”, Fioroni ribatte che “ad aver sdoganato Berlusconi non è stato certo il PD ma i cittadini che democraticamente l’hanno votato”. Ora si tratta di costruire un’alternativa credibile, e un’alternativa credibile “la si fa con i fatti, non con le parole, né gli insulti, né le urla”. Berlusconi, dice il dirigente democratico, ha imposto in pochi anni “un’idea di società per la quale il furbi e i prepotenti ce la fanno a discapito della povera gente. A noi spetta ora lavorare per creare un’alternativa nell’interesse di tutto il Paese, e non solo di una parte o di una classe”.

Ma per fare questo “non serve insultare il premier, dato che questo tipo di opposizione non mi sembra che abbia portato a grandi risultati. Come in ogni paese occidentale, il rapporto parlamentare si articola sulla linea del confronto e del dialogo. Lo faremo senza sconti e andremo in piazza non solo per gridare contro, ma per portare all’attenzione dei cittadini le nostre proposte”. Nelle corde del PD, dunque, c’è questo tipo di opposizione. Un opposizione di lungo periodo, costruttiva e responsabile. E per favore, conclude Fioroni, nessuno parli più di “inciucio”.

www.partitodemocratico.it

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