Farci popolo

Vi proponiamo una sintesi della relazione introduttiva del segretario del PD Walter Veltroni all’Assemblea nazionale di Roma del 20 giugno.

Siamo preoccupati per l’Italia, che rischia di perdere una nuova occasione per darsi un sistema politico maturo. Siamo preoccupati, ma non sorpresi. In questi anni il Partito Democratico ha cercato di portare l’Italia fuori dal passato. La proposta non era solo una mano tesa: era anche un guanto di sfida. Gli italiani non possono più aspettare. L’Italia è un paese fermo, che non cresce. Dispone di straordinarie risorse. Risorse però non sfruttate, e mortificate da un vero e proprio blocco. La nostra società è, e si sente, più povera.

Ma noi continueremo a lavorare per la nuova stagione della democrazia. Pazienza, coerenza, tenacia. Oggi, finalmente, abbiamo il Partito Democratico, la Casa comune dei riformisti. Il grande partito che mancava al centrosinistra italiano e per il quale abbiamo lavorato, lottato, sperato. La nostra è l’opposizione di un grande partito riformista. E’ già e sarà sempre di più un’opposizione intransigente. Al tempo stesso, sarà un’opposizione incalzante e propositiva. Per questo abbimao dato vita al “Governo-ombra”. Il governo Berlusconi è ancora nel pieno della fisiologica luna di miele col Paese. La prova dei fatti verrà in autunno. Sul terreno economico, anzitutto.

Esprimiamo un giudizio severo per la mancanza di qualsiasi intervento sulla questione salariale e per la discutibile qualità delle misure adottate per la riduzione della spesa pubblica. Ecco un primo elemento della nostra contromanovra: salari migliori e salto nelle capacità competitive del sistema. Nell’intervento del Governo leggiamo di tagli alla sanità e agli Enti Locali. Bisogna rovesciare logica e tempistica rispetto a quella adottata dal Governo. Prima il federalismo fiscale, fondato su standard di qualità, quantità e costi dei livelli essenziali dei servizi, poi la razionalizzazione dei trasferimenti. Liberalizzare, aprire i mercati chiusi, favorire l’accesso degli outsiders: ecco di cosa c’è bisogno.

Non ci siamo, on. Berlusconi. Oggi siamo noi a dirlo, in autunno sarà una larga parte degli italiani. Quella che noi chiameremo a raccolta, per una azione di protesta e di proposta in tutto il Paese, che cuminerà con una grande manifestazione nazionale. La sicurezza è un bene primario, un diritto civile indisponibile, una condizione imprescindibile della democrazia. Chi governa ha il compito di fare ogni cosa per assicurarla. La paura è un dato reale. Va compresa, e le vanno date risposte. Come va data risposta a chi arriva qui, lavora onestamente, e chiede integrazione. Gli individui che commettono un crimine vanno puniti. Gli individui: mai i gruppi. Non si governa un Paese, una comunità, coltivando l’egoismo sociale, calpestando e lasciando clapestare la legalità, riducendo le radici, l’identità, il territorio. Non è giusto, non serve. Invece è questo che fa la destra, in tutto l’Occidente.

Oggi la destra ha smesso di innovare. Venticinque anni dopo è tornata conservatrice. Sono cambiati, e profondamente gli equilibri politici. La cartina dell’Europa è stata ridisegnata, e con essa il suo ruolo. Con fasi alterne, e con non poche contraddizioni. Andiamo verso un mondo multipolare dove grandi potenze potranno non eseere democratiche. Dove ogni grande democrazia deve trovare le energie per difendere, rafforzare e perfezionare se stessa. Tutto concorre a dirci che il mondo così non può reggere ancora per molto, che siamo già oltre il limite e che rischiamo di arrivare ad un punto di non ritorno. Un mondo sempre più diseguale. Abitato da pochi vincitori e moltissimi perdenti. La globalizzazione c’è, è un dato di fatto. Il punto è il suo governo. Economia e mercati finanziari si sono più che globalizzati, e la politica, i suoi strumenti e le sue regole, no.

Non c’è da stupirsi che il nostro sia diventato il tempo dell’insicurezza e della paura. La paura è da sempre compagna di viaggio degli uomini e va considerata per quel che è, un sentimento umanissimo. Altra cosa però è la politica, è l’uomo di governo, che non si pone il problema di superare la paura, di contrastare il suo dilagare contagioso, i guasti che così si producono all’interno di una comunità. Sulla base della paura non si governa una società. E’ la politica che con le sue decisioni può ampliare o ridurre il grado di disuguaglianza. E’ allora dalla politica che bisogna ripartire. La destra sceglie la chiave del populismo. Preferisce fare facili promesse. Parla, dà delle sue risposte alle insicurezze. Questa è la situazione attuale. Però la destra non fa altro se non dire quel che le persone si vogliono sentir dire. La globalizzazione attuale richiede una nuova idea di “governo mondiale”.

E’ questa l’urgenza che il centrosinistra, le forze riformiste di tutto il mondo si devono porre. E’ tempo che il pendolo della politica torni su una posizione più favorevole al lavoro. Ecco il punto fermo: il valore del lavoro e la garanzia di tutela e protezione sociale. Nuove e concrete politiche di welfare. La leva fiscale per incoraggiare lo sviluppo, la crescita, la ricerca, la formazione, gli investimenti. Le strategie di crescita non funzionano senza equità e uguaglianza di opportunità, senza attenzione alla distribuzione del reddito e all’accesso a servizi pubblici di alta qualità. Un riformismo globale. Solo così si governa il cammino, che non può porseguire se non su una strada: quella dell’apertura agli altri e al mondo. Le radici possono servire, di certo servono le ali. E’ un compito assai difficile. A noi il grande compito di accendere, contro la paralisi della paura, una razionale speranza di cambiamento. E’ possibile. Guardiamo oltreoceano.

“Change”, cambiamento, è la parola d’ordine del candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti: Barack Obama, al quale rivolgiamo il più caloroso abbraccio di augurio. Il cambiamento possibile contro la paura del futuro. Questa è la scommessa dei democratici americani. Ma vorremmo divenisse anche la parola chiave di una rinascita delle forze democratiche, riformiste, progressiste in Europa. Solo un’Europa più forte e più unita può consentire ai popoli europei di evitare il rischio della irrilevanza del mondo “post-occidentale”. Cosa vuole fare il governo? L’Europa deve cambiare. C’è bisogno di più e non di meno Europa. Questo è ciò che stiamo dicendo. Ciò che stiamo costruendo è una soluzione che consenta la nostro partito di armonizzare la sua autonomia e la sua identità senza che questo significhi isolamento in Europa.

Davanti a noi, come sempre avviene nei momenti critici, c’è una domanda semplice. La strada che abbiamo imboccato otto mesi fa è quella giusta o dobbiamo tornare indietro? Per parte mia, in questi due mesi di riflessione, di studio, di confronto negli organismi del partito, di dibattito in tutta Italia, mi sono rafforzato nel convincimento che la linea che abbiamo scelto tutti insieme è quella giusta. Ma che essa ha bisogno di ulteriori innovazioni e soprattutto di un partito che la esprima in modo efficace.

La prima faccia del voto del 13 e 14 aprile, quella più evidente e chiara, è la sconfitta. Per di più, la sconfitta c’è stata anche sul piano quantitativo. Quella crisi non è stato il frutto di un incidente di percorso, ma del riproporsi di una rottura strategica con Rifondazione comunista e le altre forze che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno. Per me l’Unione nascondeva una contraddizione con l’idea originaria dell’Ulivo. Per me il Partito Democratico è l’Ulivo del ’96 che si è fatto finalmente partito.Noi pensiamo che il governo Prodi abbia realizzato risultati straordinari per il Paese. Il suo problema è stato il carattere frammentario e rissoso della coalizione dell’Unione. Quando si sta al governo si governa. E l’unica lotta che è ammissibile -e anzi augurabile- è quella contro i problemi del Paese. Non si lotta contro il governo del quale si fa parte.

La nostra principale risorsa, il messaggio che ha salvato il Partito Democratico: la scelta di “andare liberi”. Liberi di parlare al Paese il linguaggio della verità, liberi di guardare in faccia, in modo laico, i problemi reali degli italiani e di sforzarci di produrre risposte credibili e convincenti. La nascita del PD ha introdotto una discontinuità sostanziale. Abbiamo introdotto questo elemento di dinamismoall’interno di un sistema politico in avanzata crisi di efficienza e di credibilità. Abbiamo detto mai più coalizioni che si compongono solo per battere l’avversario. Una scelta che ha avuto ed ha per noi il valore di una scelta strategica. Di un principio costitutivo. Governare per noi democratici è riformare, dare nuova forma, per quanto possibile, alle cose, ai processi storici, ai rapporti di forza e di potere tra gli uomini.

Vorremmo, vogliano, non essere soli in questa impresa. Per questo noi abbiamo ed avremo una politica delle alleanze. Che tuttavia non potrà più essere coniugata nei modi tradizionali. La garanzia della realizzazione del programma può venire solo dalla presenza di una grande forza riformatrice che sia il baricentro dell’alleanza. Quel che conta sono per noi i contenuti programmatici, una credibile e convincente proposta di governo. Il Partito Democratico nasce proprio sulla base dell’ambizione di correggere, di deviare almeno in parte, la tendenza all’eterno ritorno dell’identico della politica italiana. Se abbiamo dato vita al PD è perchè abbiamo avvertito tutta l’insufficienza delle tradizioni riformiste e riformatrici del Novecento. Metterci insieme alla ricerca di nuovi alfabeti e di nuovi paradigmi.

Molte sono le ragioni di ritenere che la vittoria del Pdl e della Lega del 13 e 14 aprile non abbia aperto un ciclo di lunga durata e di ampio respiro, ma segni piuttosto il tempo supplementare di una stagione ormai conclusa. Noi vogliamo, insieme ad altri, conquistare le menti e i cuori della maggioranza degli italiani. Per conquistare mente e cuori è necessario che noi per primi ci lasciamo conquistare da loro. Dobbiamo ascoltare di più il Paese e smettere di giudicarlo. Non ci hanno votato in maniera sufficiente. Ma ci hanno ascoltato, per la prima volta da tanto tempo sono stati a sentire. Ora si aspettano da noi coerenza. Abbiamo fatto bene a dare il segno di un partito che recupera la voglia di “farsi popolo”? Sono convinto che la risposta non possa che essere affermativa.

Il Partito Democratico è una forza davvero innovativa. Noi guardiamo con grande interesse al nuovo clima tra le organizzazioni sindacali confederali. Guardiamo con interesse ai processi unitari nel campo imprenditoriale. Ci aspetta un lavoro di lungo respiro. Davanti a noi c’è una gara di fondo e quel che dobbiamo dimostrare di avere è lucidità e polmoni grandi. In questi otto mesi abbiamo fatto un lavoro immane. Ora è il momento che ci occupaimo di noi, del partito. Vogliamo un partito presente, un partito che si possa incontrare. Radicamento significa vicinanza, prossimità, condivisione rispetto ai problemi reali delle persone. Allo stesso modo, radicamento può e deve essere non solo condivisione, ma se necessario anche alterità, differenza, proposta visibile e percepibile di una vera, netta, intransigente alternativa. Radicamento e innovazione sono termini da coniugare. Il nostro è, deve essere, un partito aperto. Un partito federale. Una istituzione della società civile, uno strumento di incontro, di discussione politica, di formazione dell’impegno civico, di democrazia deliberativa, a disposizione di tutte le persone interessate.

A cominciare dai giovani. Ci avverremo dell’apporto di numerosi think tank, di fondazioni, di centri studi e strutture di ricerca. Realizzeremo anche una “Summer school” del partito. Investire nella formazione è essenziale per un partito come il nostro. A luglio partirà la campagna del tesseramento, che dovrà essere una grande occasione per radicare il partito. I nostri circoli dovranno diventare la frontiera dell’innovazione civile e democratica del Paese. Siamo un grande partito, aperto e plurale. E’ importante promuovere la mescolanza tra le culture, le ispirazioni, le provenienze. Ci vorrà del tempo, ma ogni giorno che passa fa sì che venga maturando una identità unitaria. E comunque questo è il mio sforzo.

L’anno prossimo ci attendono due appuntamenti di grande rilievo: le elezioni europee e un importante turno di ammnistrative. Abbiamo una grandissima responsabilità. Verso quei dodici milioni di donne e uomini che ci hanno dato fiducia e che non possiamo deludere. Verso tutti gli italiani, che ahnno il diritto di ricevere soluzioni all’altezza, in grado di rispondere davvero alle loro paure, alle loro domande di rassicurazione, di cambiamento e di nuove opportunità. Ora la sfida del Partito Democratico è chiara ed è lì, di fronte a noi. E’ una sfida di innovazione e radicamento. Continuare a innovare noi stessi, i nostri programmi e la politica italiana. Con la nascita del Partito Democratico il nostro viaggio è giunto al suo approdo definitivo. Una storia intera si è compiuta, ha trovato il suo esito aperto al futuro. E’ la storia alla quale tutti noi sentiamo di appartenere.

Abbiamo fatto un grande miracolo collettivo. Lo hanno fatto l’intelligenza e la generosità di tanti. Nulla succederà automaticamente. Ci vorrà il coraggio di resistere. Ci vorrà il coraggio di tenere la rotta. Il coraggio di non spaventarsi. Il coraggio di sapere che abbiamo ancora un grande lavoro da fare. Ora più cher sulle forme è finalmente sulle proposte e sulle pratiche che dobbiamo dispiegare la nostra capacità di innovazione. Dobbiamo fare un bagno di umiltà, immergerci nella società, recuperare il gusto della condivisione della vita reale delle persone. “Farci popolo”. Se sarà così sarà il Partito Democratico. Altrimenti non sarà. Ma sarà così.

www.partitodemocratico.it

 

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