Pd e la sindrome del partito-ombra

di ILVO DIAMANTI (www.repubblica.it)

NESSUNO avrebbe immaginato, un anno fa, un sistema partitico semplificato come quello uscito dalle recenti elezioni. Quasi bipartitico, visto che le due forze politiche principali, PdL e Pd, insieme, hanno superato il 70% dei voti (validi). Tuttavia, non è facile prevedere che ne sarà del bipartitismo italiano. Il cui destino dipende dai due partiti che lo hanno prodotto e dai leader che lo hanno guidato. Da PdL e Pd. Da Berlusconi e Veltroni. Anzi, soprattutto da Veltroni e dal Pd. Perché è difficile dubitare della durata di Berlusconi. (E’ eterno). Anche se il suo Popolo della Libertà, per ora, resta un’intesa elettorale. Privo di legittimazione da parte degli organismi di Fi e An.

Tuttavia, Fini e soprattutto Berlusconi agiscono come leader di partiti personali, che operano in base a scelte personali, espresse dalle persone che li hanno concepiti, inventati, trasformati e guidati. Berlusconi, il PdL e i suoi alleati, inoltre, hanno vinto le elezioni. Governano. Buoni motivi per “resistere” a lungo.

Diverso e più serio, invece, il discorso per il Pd e per Walter Veltroni. Usciti sconfitti, seppure in modo onorevole. Dopo il voto, affrontano una fase incerta. Comprensibile, per un partito nuovo, guidato da un leader nuovo, che sperimenta un modo nuovo di fare opposizione. Sospettato, da alcuni amici e alleati, di eccessiva disponibilità alla mediazione. Con un leader trattato, fino a ieri, come un nemico. Anzi: il Nemico. Il futuro del bipartitismo (relativo, vista la presenza di altri soggetti politici, come IdV e Lega) dipende, quindi, in gran parte, dalla capacità di Veltroni e del Pd di consolidarsi. Senza perdere la fiducia dei propri elettori, ma allargando il perimetro tradizionale del consenso, che rischia di rendere il Pd, come alcuni malignano, l’ulteriore variante del postcomunismo. Il Pds senza la esse. Dipende, al tempo stesso, dalla capacità di Veltroni e del Pd di chiarire il reciproco rapporto. Fra leader e partito. Di decidere, cioè, cosa sarà il Pd da grande.

A favore di Veltroni, tre indicazioni, che ricaviamo da un sondaggio post-elettorale condotto dal LaPolis (Laboratorio di studi Politici e sociali) dell’Università di Urbino nelle ultime due settimane.

1. C’è una domanda generalizzata di dialogo e collaborazione fra maggioranza e opposizione sui temi topici della riforma delle istituzioni (90%). Questo orientamento non mostra particolari differenze fra schieramenti e partiti. E, nel Pd, coinvolge quasi la totalità degli elettori (94%). Ciò suggerisce che l’attuale politica “costruttiva” di Veltroni disponga di un largo sostegno, anzitutto fra i suoi elettori.

2. Forse anche per questo motivo, Veltroni gode di un consenso trasversale, che supera i confini del Partito Democratico e perfino del centrosinistra. Veltroni, infatti, è il leader maggiormente apprezzato per la sua condotta degli ultimi mesi. Approvata da quasi due terzi degli elettori, nell’insieme. In particolare: dal 93% dei Democratici e dall’80% di quelli dell’IdV-Di Pietro. Ma, soprattutto, da oltre metà degli elettori del PdL e dal 70% di quelli dell’UdC. Per spiegare la simpatia del centrodestra, si potrebbe malignare che verso gli sconfitti si è disposti ad essere indulgenti e generosi. Tuttavia, Prodi, a centrodestra, aveva sempre suscitato diffidenza. Anche quando, alla fine della breve legislatura, appariva politicamente “sfinito”. Peraltro, gran parte degli elettori, realisticamente, ritiene che, dopo il voto, Veltroni si sia indebolito. Non solo nei confronti dei leader vincitori. Anche del suo alleato, Antonio Di Pietro. Anche se sconfitto, quindi, Veltroni è apprezzato. Perché considerato principale artefice della semplificazione del sistema partitico. Il leader che, con le sue scelte, ha costretto Berlusconi a “inventare” il PdL, riunificando FI e AN. E a presentarsi, a sua volta, (quasi) da solo.

La fiducia nei confronti di Veltroni, inoltre, rispecchia il “rendimento mediatico” del leader Pd. La sua capacità di affrontare la campagna elettorale e, più in generale, la politica nell’era del marketing e della comunicazione. Veltroni, dunque, piace, come leader. Ai suoi elettori ma anche a quelli di Berlusconi. Da cui ha appreso, in modo egregio, la lezione. Lo stile. Fino a superare il maestro.

3. La terza osservazione ricavata dall’indagine del LaPolis riguarda, direttamente, il Partito Democratico. La cui esperienza è guardata con favore da nove elettori su dieci, nel Pd. Al contrario, solo una frazione residuale (il 4%) pensa che occorra “resettare” il sistema e ripartire da capo. Rilanciando i partiti che lo hanno fondato. DS e Margherita. Tuttavia, questo consenso generalizzato riassume orientamenti distinti e distanti. Infatti, metà dei favorevoli al Pd ammette che, nel costruirlo, siano stati commessi errori significativi. Insomma, ne sono insoddisfatti. Il che sottolinea un certo distacco: fra la volontà – condivisa – di proseguire l’esperienza del Pd; e l’insoddisfazione – diffusa – per il modo in cui è stata, sin qui, realizzata. Questo contrasto, come quello nei confronti dell’immagine di Veltroni – universalmente apprezzata – non deve sorprendere troppo. Riassume il dilemma, irrisolto, su cosa farà, da grande, il Pd. Più in particolare, riflette l’ambiguità sul rapporto fra leadership e il partito. Che riguarda il sistema politico e la democrazia in Italia. Ma, nel Pd, appare più evidente.

In effetti, la campagna elettorale si è svolta seguendo un modello di tipo presidenzialista. Berlusconi contro Veltroni. Come fossimo negli USA oppure in Francia. Una tendenza che Veltroni ha interpretato al meglio. Per qualità personali, ma anche perché ha saputo intercettare la domanda – estesa e trasversale – di semplificare il sistema partitico. Fino a ridurlo a due forze politiche riassunte da due leader. Perché, inoltre, ha cercato di superare la lunga stagione della frattura tra berlusconismo e antiberlusconismo. Passando dalla contrapposizione all’opposizione. Abbattendo il muro di Arcore, eretto dove prima c’era quello di Berlino.

Tuttavia, passate le elezioni, il Pd appare un progetto incerto. Un partito incompiuto. Un partito-ombra all’ombra del governo-ombra. E di un presidente/premier-ombra. Mentre il dibattito politico si svolge, con accenti spesso critici, fra i “leader di una volta”. D’Alema, Marini, Parisi, oltre allo stesso Veltroni. Di ciò che avviene in periferia, al centro giungono echi molto fiochi. Di ciò che avviene al centro, in periferia si sa poco. Al centro come in periferia, i “nuovi” dirigenti e militanti, esterni alle tradizionali cerchie di partito, stentano a farsi largo.

Insomma, il Pd oggi esprime un’ambiguità di fondo. E’ un partito quasi “presidenziale” mentre il nostro sistema istituzionale non è presidenziale, né semi-presidenziale. Ma parlamentare E non assegna poteri particolari al premier. Inoltre, è un partito “debole” dal punto di vista organizzativo, dell’identità, del rapporto con la società e il territorio. Ma il nostro sistema elettorale è ultraproporzionale e attribuisce ai partiti (meglio: alle oligarchie di partito) un potere elevatissimo. Questa situazione è comune al PdL. Che, tuttavia, ne soffre assai di meno. Per motivi “biografici”, visto che Berlusconi l’ha generato e ri-generato, a propria immagine e somiglianza. Per motivi di cultura e tradizione politica: per l’attrazione suscitata, a centrodestra, dal mito dell’uomo forte. A centrosinistra è diverso. Perché Veltroni non è Berlusconi e il Pd non è il PdL. Il PdL senza Berlusconi: non esisterebbe. Veltroni senza il Pd: non può durare.

Ma il Pd non c’è ancora. E il nostro bipartitismo – anche per questo – zoppica.

(1 giugno 2008)

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