I giornali internazionali contro Silvio Berlusconi. Alitalia e nucleare al centro delle polemiche

Il rapporto tra Silvio Berlusconi e i giornali non è mai stato felice. Tanto meno quando si parla di stampa straniera, sempre poco docile nei confronti dell’attuale premier. Questa volta sono tre gli importanti quotidiani che prendono di mira l’operato del nuovo presidente del Consiglio: il Financial Times, il Wall Street Journal e l’Economist. A scatenare le critiche, invece, sono i due temi caldi che hanno accompagnato i primi passi del nuovo esecutivo: il caso Alitalia e la proposta di un ritorno al nucleare.

Sul Financial Times un tagliente articolo dell’editorialista Paul Betts, nella rubrica European view, spara a zero sulla vicenda della compagnia di bandiera. Il premier Silvio Berlusconi e i sindacati di Alitalia, scrive il giornalista, dovrebbero «prendersi a calci da soli» per l’ostilità che hanno riservato a Air France-Klm. Mentre il vettore franco olandese dovrebbe «ringraziare la sua buona stella», assieme ai sindacati e al nuovo governo, se il suo progetto di acquisizione di Alitalia non ha mai preso il volo.
Le parole di Betts non fanno sconti e criticano aspramente le modalità con cui Berlusconi ha sfruttato la crisi della compagnia aerea a fini elettorali: prima promettendo una cordata che ancora oggi stenta a farsi avanti, poi demolendo le trattative con gli investitori francesi. E pure il prestito ponte, sostiene ancora Betts, servirà a poco di fronte ad un’azienda che perde 2 milioni di euro al giorno e che, come tutte le altre compagnie, dovrà affrontare l’esorbitante impennata dei prezzi del greggio.
Ad aggravare la situazione, poi, sarebbe la non perfetta corrispondenza d’opinione tra Bruno Ermolli, l’imprenditore a cui Berlusconi ha affidato il compito di cercare una cordata italiana, e il nuovo influente ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, più propenso ad abbandonare le promesse fatte in campagna elettorale e più disponibile ad aprire a soluzioni straniere.
Peccato, però, che la situazione, da due mesi a questa parte, è andata peggiorando in maniera esponenziale e la difficoltà del mercato, secondo Betts, metterà in fuga gli investitori stranieri che dovranno fare i conti con una situazione al limite del collasso.

Non va meglio con la proposta di un ritorno al nucleare fatta dal ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola. Questa volta è Henry Sokolski dalle colonne del Wall Street Journal ad analizzare il panorama italiano. Secondo l’editoriale del direttore esecutivo del Nonproliferation Policy Education Center, la proposta mossa dall’esecutivo è probabilmente irrealizzabile. A parte l’esorbitante debito pubblico che ancora pesa sulle casse dello Stato, infatti, le centrali promesse per far fronte all’emergenza energetica e al costo dell’elettricità, non potranno essere realizzate per almeno tre motivi: costi di costruzione in continua ascesa; tempi di realizzazione quantificabili in una – due decadi; e la mancanza di alcuna comunità italiana disponibile a vedersi costruire un reattore nucleare nelle sue vicinanze.
Sono i costi e i tempi a far dubitare Sokolski, dunque. Secondo le stime riportate, le centrali nucleari avrebbero un costo dieci volte maggiore di una moderna centrale a gas e produrrebbero la stessa quantità di energia. Mentre per quanto riguarda i tempi di realizzazione, l’editoriale contrappone i diversi punti di vista che si sono confrontati nel dibattito italiano. Mentre Scajola ha affermato che il governo italiano avrebbe posto la prima pietra della costruzione per un reattore della nuova generazione in cinque anni, Enel fa sapere che ce ne vorrebbero almeno sette o dieci. Ancora più lontana è la prospettiva se si guarda alla piena operatività di queste centrali, le quali, secondo Edison, non potranno avviarsi prima del 2020. Per non parlare del fatto, fa notare ancora Sokolski, che la fase di progettazione delle centrali di quarta generazione promesse dal governo non è ancora pienamente ultimata. Ciò farebbe slittare l’agenda ancora di qualche anno, superando di molto anche le stime più critiche.

Anche l’Economist è perplesso circa l’effettive capacità del quarto governo Berlusconi. Il settimanale britannico, che già in passato aveva criticato la politica del Cavaliere, torna a fare un quadro della nuova situazione politica che si è andata a delineare dopo le elezioni di aprile. Secondo l’Intelligence Unit ViewsWire, il nuovo governo «non avrà scuse» se non attuerà le riforme tanto attese per risollevare le sorti dell’economia italiana. La crescita economica e la lotta all’evasione avevano contribuito a ridurre il deficit dal 4,2% del Pil nel 2005 all’1,9% nel 2007 e l’aumento del rapporto debito-Pil del 2005-06 aveva registrato l’anno scorso un’inversione di tendenza. Per questo, dunque, è necessario, sostiene l’Economist, che il nuovo governo rilanci l’economia senza intaccare i buoni risultati finora ottenuti nella finanza pubblica. Tuttavia, con il pacchetto di tagli fiscali prospettato, servirebbe un rigido controllo della crescita delle spese. Controllo che, visti i grossi piani di spesa del governo e gli ostacoli politici e amministrativi ai tagli di spesa, sembra sempre più «improbabile».
L’Economist passa al vaglio anche gli altri provvedimenti proposti dall’esecutivo. Secondo il settimanale, la detassazione degli straordinari e l’abolizione dell’Ici sulla prima casa avranno effetti limitati sia nel tempo, sia in termini di pil. Mentre la questione Alitalia, già ora impone seri dubbi sulle linee guida che il nuovo esecutivo vorrà adottare in materia di privatizzazioni.
Il settimanale britannico chiude parlando della Lega Nord, considerata la più grande fonte di instabilità per la coalizione. Il partito di Umberto Bossi, infatti, qualora non venissero soddisfatte le richieste espresse dal programma leghista, potrebbe rivelarsi per il nuovo premier una vera e propria spina nel fianco.

www.partitodemocratico.it

 

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