Si chiamava Giovanni

“A questa città per non dimenticare vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali, continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.” Giovanni Falcone

Per non dimenticare Giovanni, Francesca, Vito, Rocco, Antonio
La prima a saltare in aria è la Croma Beige dei tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro. Poi l’auto di Giovanni Falcone, al suo fianco la moglie Francesca Morvillo. Sono le 17.58 del 23 maggio 1992 sull’ autostrada A29 nei pressi dello svincolo per Capaci. Li segue poco lontano la Lancia Thema di un privato cittadino e l’eplosione coinvolge poi molte altre auto che si trovano a passare su quel tratto d’autostrada. Non è un film, è il modo in cui la mafia sedici anni fa ha scelto di uccidere il giudice Giovanni Falcone.

Quella sera alla televisione abbiamo visto le immagini dell’asfalto squarciato per cinquanta metri, gli oleandri anneriti, i rottami delle auto. Il massacro con cui si voleva fermare la lotta alla mafia ci ha strappato per sempre Giovanni Falcone, ma la sua lezione si è fatta, tragicamente, ancora più forte. Ci sono voluti 1.000 chili di tritolo per fermarlo, nascosti in una fossa a un metro dal sottopassaggio autostradale. Il ricordo della strage di Capaci in cui persero la vita anche la moglie del giudice e gli uomini della scorta, è rimasto indelebile nella mente di chi ha partecipato, sebbene da spettatore, a quel tragico momento della storia d’Italia.

Ricordo reso vivido dall’altro colpo messo a segno dalla mafia a pochi mesi di distanza dalla strage di Capaci. Questa volta a perdere la vita sarà Paolo Borsellino, anch’egli impegnato alla stregua di Falcone nella lotta alla criminalità organizzata.

Sono anni difficili per l’Italia colpita al cuore da queste stragi e dal dilagare e diffondersi della mano della mafia. Sono gli anni di Tangentopoli, della rivoluzione senza armi, del passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, della magistratura in prima fila, con l’Italia economica ripiegata sui listini di Borsa, la lira attaccata e fuori dallo Sme. Quelli con la mafia che sferra l’attacco frontale contro lo Stato dell’antimafia scegliendo obiettivi anomali, i simboli del turismo, dell’arte, puntando le cariche di esplosivo contro gli innocenti.

Ma da qualche anno a questa parte le cose stanno cambiando ed è arrivato l’arresto dei vartici da Riina a Provenzano. L’Italia si rifà, lo Stato, la giustizia finalmente comincia l’offensiava.

Nel 1992, uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le loro scorte, lo Stato decise di reagire con vigore approvando l’articolo 41 bis, meglio noto come il “carcere duro per i mafiosi”, un complesso di rigorosi provvedimenti come limitazioni nei contatti interni, con parenti e perfino con i difensori. E poi mandando in Sicilia come presidio del territorio anche l’Esercito e adottando tutte quelle misure antimafia oggi operanti in ogni tribunale del Paese. Per effetto di questi provvedimenti, la mafia non è scomparsa, ma non può più agire liberamente come prima.

L’impegno del PD contro la mafia

Il programma di governo approntato dal Partito Democratico per le elezioni dell’aprile scorso contro la mafia ha individuato nella lotta ai canali di finanziamento delle cosche lo strumento principale con il quale agire. Bisognerà adottare, nell’azione contro la criminalità organizzata, un approccio operativo orientato all’aggressione degli affari e dei patrimoni mafiosi. In questo ambito vanno attribuiti alla Direzione Investigativa Antimafia – che in futuro dovrà operare in collaborazione sempre più stretta con la Guardia di Finanza – nuovi e più incisivi poteri in materia di vigilanza sugli appalti pubblici. È necessario destinare personale specializzato e risorse alle Questure e agli Uffici giudiziari per le procedure di sequestro e confisca dei beni mafiosi.

www.partitodemocratico.it

 

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