Il cammino che ci attende

LA RELAZIONE DI WALTER VELTRONI AL CORDINAMENTO NAZIONALE DEL PARTITO DEMOCRATICO DEL 15 MAGGIO 2008

Il senso di amarezza e di delusione che ha pervaso gli animi dei militanti e degli elettori del Partito democratico, per il risultato delle elezioni del 13 e 14 aprile, non è semplicemente un fatto emotivo, comprensibile e perfino scontato. E’ esso stesso un dato politico, da rispettare e da analizzare. E col quale fare i conti fino in fondo, senza scorciatoie autoconsolatorie.

Quella amarezza e quella delusione ci dicono infatti quanto alto fosse il livello delle nostre aspettative. Non a caso, ci siamo definiti un partito “a vocazione maggioritaria”. Perché la nostra vocazione, ossia il senso stesso del nostro esistere come partito, è quella di rappresentare la maggioranza degli italiani, di essere da essa considerati la principale risorsa per il buon governo del Paese. Non raggiungere quella soglia, la maggioranza necessaria a governare, significa perdere le elezioni, essere e “sentirsi” sconfitti.

Niente, meglio di questo dato, che è di psicologia collettiva ma anche di cultura politica, misura la distanza che ormai ci separa dalla lunga vicenda del “bipartitismo imperfetto” della seconda metà del Novecento: quando una delle due maggiori forze politiche del Paese era “condannata a governare”, mentre l’altra sapeva di poter aspirare solo a “governare dall’opposizione”. Essa avrebbe giudicato il nostro risultato odierno, che ci ha visti raccogliere 12 milioni di voti e attestarci tra il 33 e il 34 per cento, una “impetuosa avanzata”. Noi, giustamente, non lo abbiamo giudicato così..

A trent’anni dalla morte di Aldo Moro, il punto più alto e tragico della parabola della nostra “democrazia difficile”, la democrazia italiana ha mosso un altro passo importante nella direzione della “democrazia compiuta”.

Dopo la conquista dell’alternanza, che ha disarticolato in modo travagliato e doloroso le grandi forze politiche del Novecento, dando vita a coalizioni di transizione, come tali anomale e disordinate, proprio grazie alla nostra iniziativa, grazie alla nascita del Partito democratico, la grande forza riformista di stampo europeo che mancava alla democrazia italiana, si va delineando un bipolarismo nuovo.

Un bipolarismo fondato essenzialmente, anche se non esclusivamente, sulla competizione per il governo tra due grandi partiti a vocazione maggioritaria.

E’ grazie alla nostra autonoma scelta politica di andare “liberi” alle elezioni, che il nostro Paese ha conosciuto la discontinuità che serviva per iniziare a guarire da due sue profonde malattie: la rissosità del confronto politico, la demonizzazione dell’avversario ridotto sempre e solo a nemico; e l’esasperata frammentazione politica che significava avere 20 partiti rappresentati in Parlamento e 14 gruppi presenti alla Camera dei deputati alla fine della scorsa legislatura.

Se oggi, con sei gruppi parlamentari, siamo allineati al resto d’Europa, e se abbiamo superato la logica delle coalizioni tenute insieme solo dalla volontà di contrapporsi all’avversario, è perché il Partito democratico ha saputo prendere decisioni coraggiose e difficili.

Noi abbiamo affermato un principio, imparando la lezione del passato, recente e meno recente: non basta avere la capacità di vincere, bisogna avere la forza per governare.

E sia detto subito, per chiarezza: è sulla verifica concreta e quotidiana di questo principio, che noi incalzeremo il governo. Chi ha vinto deve dimostrare di saper sottrarsi al gioco dei veti paralizzanti, delle mediazioni defatiganti, dei ricatti degli alleati, e governare.

E comunque: è in questa ambivalenza tra sconfitta elettorale e conquista di un terreno di competizione politica più avanzato e maturo, il significato storico di queste elezioni. Sbaglieremmo se amputassimo il risultato elettorale, dell’una o dell’altra delle sue dimensioni.

Proprio in quanto ci siamo lasciati definitivamente alle spalle la cultura proporzionalistica, per la quale ciò che conta è la forza relativa del proprio partito, non possiamo non giudicare quella del 13 e 14 aprile una sconfitta della sfida di governo.

Al tempo stesso, è grazie al risultato del Partito democratico, di dimensioni “europee” pur nella sconfitta, se la prospettiva dell’alternanza resta aperta e l’attuale equilibrio contendibile.

Ma è venuto il tempo di dirci che il problema emerso in queste elezioni è lo stesso che abbiamo da quindici anni, e che giudicare il risultato elettorale con il respiro corto è un errore politico e culturale molto grave.

L’amarezza e la delusione che hanno attraversato le nostre file ci parlano di una crescente consapevolezza della radicalità della crisi del centrosinistra, che dal 1994 ad oggi ha governato per sette anni su quattordici, senza però mai riuscire a diventare maggioranza nel Paese.

Anche quando abbiamo vinto, nel ’96, è stato perché gli altri erano divisi. E nel 2006, ora ce lo possiamo dire, avevamo sostanzialmente pareggiato. Nonostante i risultati deludenti di cinque anni di governo Berlusconi, non avevamo conquistato la maggioranza, una maggioranza autosufficiente, né in Parlamento, né nel Paese.

Non aver ammesso il sostanziale pareggio di quelle elezioni e non averne tratto le necessarie conseguenze, innanzi tutto nell’assegnazione delle cariche istituzionali, temo sia stato un errore grave, che ha segnato negativamente il corso della legislatura.

La formazione del governo, con il record quantitativo di componenti e lo spacchettamento delle competenze, esasperato fino alla frammentazione, causa e conseguenza insieme della caotica litigiosità della coalizione, ha dato al Paese la sensazione non dell’inizio di un ciclo nuovo, quando prevale la coesione attorno ad un progetto e ad una leadership che lo incarna, ma dello stadio finale di un ciclo che si andava concludendo.

E tuttavia, il 12 luglio 2006, il nostro governo raccoglieva la fiducia del 63 per cento degli italiani. Cinque mesi dopo, il 12 dicembre 2006, la fiducia era crollata al 38 per cento. Nell’ottobre 2007, chiaro effetto di quanto accaduto nelle settimane precedenti con il pasticcio politico-parlamentare sul welfare, si arrivava al minimo storico del 30 per cento. E’ in quel momento, il peggiore, che con le primarie per la Costituente e per l’elezione del segretario l’idea del Partito democratico ha mobilitato tre milioni e mezzo di persone. Ed è con la loro partecipazione che è iniziato il cammino che ha portato alla costruzione di un soggetto politico forte.

Dobbiamo ancora interrogarci a fondo sulle ragioni di quella drammatica crisi nel rapporto di fiducia tra il governo dell’Unione di centrosinistra e il Paese.

Alcune cose sono evidenti, e sono le stesse che continuano a farmi separare drasticamente, nel giudizio, l’azione di Romano Prodi e del suo governo da quella della vecchia coalizione di centrosinistra che lo sosteneva.

A Romano Prodi l’Italia deve molto. Deve l’aver raggiunto, tra il ’96 e il ’98, l’obiettivo più importante della nostra storia recente, l’ingresso nell’Euro. Deve il risanamento finanziario compiuto ancora una volta avendo ereditato dal Governo Berlusconi che l’ha preceduto una situazione drammatica. Vorrei che tutto il paese riconoscesseRomano Prodi è un grande uomo di Stato, che si è speso pe ril paese con generosità e disinteresse.
Mentre si andava dispiegando la nuova, spettacolare azione di risanamento dei conti pubblici, che ci ha consentito, pochi giorni fa, di ottenere dalla Commissione europea la revoca della procedura di infrazione per deficit eccessivo, che Prodi aveva ereditato dal suo predecessore; mentre l’Italia recuperava credibilità internazionale e riconquistava un ruolo da protagonista nella gestione della crisi tra Israele e il Libano e, più in generale, nello scacchiere mediterraneo e mediorientale, cominciava lo stillicidio quotidiano di polemiche, dissensi e dissociazioni che ha segnato fin dal primo giorno il cammino del governo e ne ha minato inevitabilmente la credibilità.

L’Afghanistan e le missioni all’estero, la base di Vicenza e la maggioranza costretta per non spaccarsi a bocciare in Senato una mozione di fiducia al suo stesso ministro della Difesa, i distinguo e le richieste di modifica sul protocollo sul welfare anche dopo il voto inequivoco espresso da cinque milioni di lavoratori, ministri in piazza contro l’esecutivo di cui facevano parte: e, a riassumere tutto, le parole con cui il leader della Sinistra Arcobaleno, allora Presidente della Camera, dichiarava “fallito il progetto del centrosinistra” e “chiusa una stagione”, con Prodi etichettato con le ormai note parole usate da Flaiano per Cardarelli.

Uno spettacolo che come abbiamo visto alle elezioni si è stampato nella memoria profonda del Paese e che richiederà tempo e fatica per essere cancellato. E’ come se il Paese avesse avvertito una drammatica crisi di autorevolezza della politica, proprio mentre doveva affrontare problemi difficili, talvolta angosciosi, legati alla vita quotidiana delle famiglie e delle persone.

La mia opinione è che dovremo indagare specialmente in due direzioni, che hanno a che fare coi temi dell’insicurezza e dell’impoverimento.

L’insicurezza, innanzi tutto. Tito Boeri ha osservato come il voto del 13 e 14 aprile abbia premiato gli unici due partiti che si sono opposti all’indulto. E non a caso. L’indulto infatti, hanno documentato gli studiosi de “la voce.info”, non solo ha fatto aumentare l’attività criminale in Italia, ma ha anche modificato la composizione dei flussi migratori, finendo per attrarre nel nostro paese più criminali che altrove. Tanto che oggi quattro italiani su dieci temono gli immigrati, non tanto per il lavoro, quanto per i reati che possono commettere. Se non si rafforza la repressione dell’attività criminale, conclude Boeri, in Italia prima o poi saremo costretti a chiudere le frontiere. A quel punto, importeremo solo immigrazione irregolare, in un circolo vizioso di illegalità che alimenta nuova illegalità.

Quella del nostro atteggiamento e delle nostre concrete proposte sul tema sicurezza è una delle rotture programmatiche, delle innovazioni più importanti, che abbiamo prodotto in questi mesi.

Sostenere, come abbiamo fatto, che il diritto alla sicurezza è fondamentale, che non è né di destra né di sinistra, che chi governa ha il dovere di fare di tutto per garantirlo, ad esempio espellendo dall’Italia chi si macchia di reati gravissimi e mostra pericolosità sociale, ci ha rimesso in sintonia con le esigenze degli italiani, che non capiscono perché delinquenti pericolosi arrestati dalla polizia vengano scarcerati dopo due giorni, perché ci vogliano mesi per celebrare un processo anche quando c’è flagranza di reato, perché i condannati evitino il carcere grazie a troppi premi e benefici.

Evidentemente, però, dire finalmente cose chiare in proposito non ci ha permesso di colmare il ritardo accumulato nel tempo, troppo lungo, in cui il vecchio centrosinistra appariva come quello che negava il problema o per lo meno non lo comprendeva del tutto. Si è compiuto un errore a mio avviso enorme non approvando il pacchetto sulla sicurezza predisposto dal ministro Amato. Ci si è a volte nascosti dietro i numeri, altre volte dietro la convinzione che fosse solo “percezione” e non problema reale. Niente di più sbagliato. Dal punto di vista sociale le percezioni contano come i fatti.

Sergio Chiamparino lo ha detto bene, chiarendo che quando si parla di sicurezza “di percepito non esiste niente, la paura è un dato reale”, e se una persona non esce di sera perché teme di essere aggredito, non è che lo si può obbligare ad imparare a memoria i dati dell’Istat per tranquillizzarsi.

Sulla sicurezza noi dobbiamo proseguire con estrema determinazione, con molta cura, con grande equilibrio. Avere un atteggiamento forte, come è giusto fare, non significa accettare una linea puramente repressiva. Capisco che sia più facile, che sia “popolare”, dire che bisogna far pattugliare il territorio da “ronde” di privati cittadini, ma non si risolvono i problemi facendo una bandiera della caccia all’immigrato, superando i limiti della civile convivenza.

A questa pericolosa tendenza dobbiamo reagire, e ricordare che si può e si deve dare sicurezza e tutela ai cittadini, salvaguardare i loro diritti, assicurare la loro libertà e la loro serenità, senza comprimere mai, in alcun modo, le garanzie costituzionali.

E poi, come dicevo, l’impoverimento. Sono quindici anni che l’Italia cresce più o meno la metà della media europea. Se fossimo cresciuti come gli altri, in tutto questo periodo, oggi il pil del nostro Paese sarebbe di almeno 10 punti più grande, qualcosa come 150 miliardi di euro l’anno in più. Una cifra impressionante, che racconta non solo del nostro ritardo, ma anche dell’impoverimento relativo delle famiglie italiane, in particolare quelle a reddito fisso, che hanno, per così dire, stipendi e pensioni in lire e prezzi in euro.

Nel mio discorso di ieri alla Camera dei deputati, in occasione del voto di fiducia al governo, ho voluto ricordare alcuni dati: siamo al ventitreesimo posto tra i paesi Ocse per il livello dei salari medi lordi e il divario tende a crescere, oltre ottocentomila sono le persone con un lavoro precario e con meno di 8 mila euro l’anno, sei milioni e mezzo di pensionati devono andare avanti con 550 euro al mese, più di una famiglia su dieci vive al di sotto della soglia di povertà.

Quasi la metà della nostra popolazione possiede solo la licenza di scuola media inferiore: vale a dire che siamo impreparati e in gravissimo ritardo proprio lì dove si costruiscono le basi di una cittadinanza consapevole e le condizioni per una solida competizione economica.

E poi c’è un’altra grave emergenza: siamo in presenza, in Italia, di una crisi demografica, di uno squilibrio tra giovani e anziani che riduce già oggi, e rischia di ridurre sempre di più, le possibilità di crescita del Paese e aggrava il carico economico e sociale sui futuri giovani e adulti. Gli anziani eccedono di gran lunga i ragazzi con meno di 15 anni, molto più di quanto non accada negli altri paesi europei, tanto che nella media europea queste due percentuali sono più o meno allo stesso livello.

La spiegazione è anche nel fatto che la vita media nel nostro Paese è una delle più alte del continente, è vero, e questo è indubbiamente un bene. Ma ci sono anche due elementi che destano grande preoccupazione. La scarsa natalità innanzitutto, molto più bassa rispetto ad altri paesi europei: abbiamo in Italia 1,35 figli per donna, contro l’1,84 della Gran Bretagna e il 2 della Francia. C’è un circolo vizioso che va spezzato: quello tra scarsa occupazione femminile, una rete di servizi non sufficiente e un conseguente e pressoché inevitabile, in queste condizioni, basso tasso di natalità.
L’altro elemento di grande preoccupazione riguarda proprio i giovani italiani. Finiscono gli studi in ritardo rispetto a quanto accade in altri paesi europei, entrano con ritardo nel mercato del lavoro, mettono su famiglia in ritardo e quindi contribuiscono in ritardo alla vita sociale ed economica del paese. Ci sono meno giovani rispetto agli altri paesi concorrenti e in più li facciamo entrare in ritardo nel circuito produttivo, economico e sociale.

Alfredo Reichlin lo ha detto nel modo migliore, parlando di una moderna “questione sociale” che sta diventando esplosiva e della quale noi dobbiamo prendere piena contezza. “Abbiamo parlato poco al Paese – ha detto Alfredo guardando a questi anni – mentre era sempre più necessario ridefinire la sua agenda vera. Governare significava anche capire meglio quali sconvolgimenti e rotture di vecchi legami stavano avvenendo nella società italiana”.

E’ così. Se guardiamo all’Italia davvero avvertiamo l’esistenza di un impasto fatto di nuove povertà, di senso di ingiustizia, di una crisi profonda del nostro sistema formativo, di malaffare e illegalità, dell’indebolirsi delle relazioni sociali e umane, di una paura diffusa che accorcia lo sguardo e rende tutto più piccolo.

Non mancano le analisi attente, intelligenti, che raccontano di un Paese spaventato, incerto, stanco, che percepisce il futuro con timore molto più che con speranza, e che per questo volge lo sguardo più facilmente, in una certa misura istintivamente, a chi propone una sorta di “ideologia del guscio”, come è stata efficacemente definita da Aldo Schiavone. A chi propone il ripiegamento difensivo e una ricetta fatta di muri alzati, di una chiusura verso immigrati e importazioni che se forse ha il merito di rassicurare nell’immediato, alla distanza significa essenzialmente sottrarsi alle sfide del nostro tempo, che implicano di necessità il cambiamento, e non permetteranno di salvarsi stando fermi.

Non sarà con rifugi solo apparenti o con visioni semplicisticamente conservatrici, identitarie e “protettive”, che l’Italia riprenderà a correre e a crescere. Ha scritto Eugenio Scalfari: “In un mondo globale questa visione significa costruire compartimenti stagni che separano le comunità locali dall’insieme. Significa dare vita ad un Paese non più soltanto duale (il Nord e il Sud) ma con velocità plurime e con dislivelli crescenti all’interno stesso dei distretti più produttivi e più agiati, e con contraddizioni mai viste prima”.

Certo, tutti questi non sono temi che riguardano solo noi italiani. Sono i tratti che delineano gli scenari mondiali e che evidentemente hanno non poco a che fare con gli assetti politici dei singoli stati, se è vero che se i laburisti perdessero il potere in Gran Bretagna solo un Paese tra i quindici più grandi dell’Unione Europea avrebbe un governo di centrosinistra. Sono problemi estremamente concreti che incidono, e incideranno sempre più, sulle sorti di ogni nazione e sulla vita di milioni e milioni di persone.

Ha ragione chi osserva come allo spostamento di ricchezza dal lavoro al capitale in atto da un quarto di secolo, che ha già prodotto l’impoverimento di larghe fasce delle popolazioni all’interno dei singoli paesi, si sta aggiungendo un altro enorme spostamento di ricchezza da chi consuma petrolio, metalli, grano, e chi queste cose le produce.

A pagare per primi il prezzo di questo sono i cittadini dei paesi consumatori, che già penalizzati dal fatto che i loro salari e i loro stipendi sono da tempo fermi, devono far fronte all’aumento dei prezzi dei prodotti energetici e di quelli alimentari. Il tenore di vita diminuisce, ci si sente più poveri, ci si sente precari. Anche chi il lavoro ce l’ha. A maggior ragione chi va avanti con contratti di pochi mesi e vive il futuro come una continua scadenza e un susseguirsi di punti interrogativi.

Esiste, ed avanza, una “nuova povertà” che è incertezza sul futuro, che è un’insicurezza che viene non solo dall’insufficienza del reddito o dal divario che aumenta tra quello dei laureati e quello dei lavoratori poco istruiti, ma dalle domande su come fare a tutelare il proprio stato di salute, a garantire ai propri figli il necessario livello di educazione scolastica e di conoscenza, a mantenere viva una propria rete di relazioni sociali, a non veder minacciata la propria stessa incolumità fisica nel luogo dove si è sempre vissuti e di cui si fa fatica a comprendere ed accettare i cambiamenti.

E’ quella sensazione di solitudine che è in effetti un fenomeno globale, ma che nel caso del nostro Paese si accompagna, con effetti evidentemente acuiti, ad altri elementi: una democrazia che fatica a decidere, una politica screditata agli occhi di troppi italiani, una società che è stata definita “a coriandoli”, se non addirittura una “poltiglia”, per il suo essere attraversata in profondità da egoismi, da corporativismi, da un vuoto di valori che preoccupa e da un sentimento di appartenenza comune che deve far riflettere per la sua debolezza.

In un contesto come questo, è mancata la chiarezza, nella coalizione di centrosinistra, attorno a quella regola aurea del riformismo moderno che dice che il nostro obiettivo è combattere la povertà, non la ricchezza. E invece, la società italiana ha finito per credere alla cattiva propaganda di quanti, alla nostra sinistra, invocavano politiche economiche e sociali per dividere il Paese, anziché unirlo, come si sforzava di fare il governo, attorno al duplice obiettivo di rilanciare la crescita e ridurre le disuguaglianze.

Le aspettative che pure l’Unione aveva alimentato sono così andate deluse, alimentando distacco e dissenso dal nostro governo: sia nel mondo della piccola impresa e del lavoro autonomo, che si è sentito colpito dalla nostra politica fiscale, sia in quello del lavoro dipendente e del reddito fisso in generale, che non ha percepito benefici, a fronte di un aumento generalizzato del costo della vita.

Il tempo, come ha detto Romano Prodi, il tempo normale di una legislatura, avrebbe messo in luce i benefici che l’azione di governo stava producendo per la finanza pubblica e per il sistema economico. Ma la precarietà della maggioranza parlamentare e la fragilità politica della coalizione non hanno potuto garantire al governo il tempo necessario.

E’ per questo che abbiamo dovuto e voluto aprire una fase politica nuova. “Vocazione maggioritaria” significa anche questo: avere una visione complessiva del Paese e dei suoi problemi, e non rinunciare a proporla agli italiani, facendone la bussola della propria proposta politica e programmatica. Anche nel momento in cui la corrente sembra andare invece in direzione di una ulteriore chiusura frammentazione sociale. Proprio quando, come è stato scritto, pare davvero di essere di fronte ad un “riposizionamento del baricentro mentale della nazione rispetto alla tradizione sociale e politica che aveva costruito la Repubblica”.

E’ adesso, in una fase complessa e delicata come l’attuale, che c’è più bisogno di una forza – e può essere solo la nostra, solo il Partito democratico – capace di assolvere, in questo dato momento storico, ad una funzione nazionale e “unificante”. Capace di lavorare ad una nuova “autoidentificazione” culturale, alla creazione di un nuovo “collante” che saldi ciò che da troppo tempo è diviso e che dall’altra parte non si ha interesse ad unire, perché è più facile cavalcare la paura che accendere la speranza, è più facile promettere soluzioni parcellizzate e calibrate in base all’interlocutore di turno: Nord e Sud, operai e imprenditori, lavoratori autonomi e dipendenti, laici e cattolici.

Ma se tutto questo è vero, io condivido pienamente la conclusione che Alfredo Reichlin trae nello stesso articolo che prima citavo: altro che “tornare indietro”, il Partito democratico ha più che mai bisogno di continuare ad operare grandi innovazioni, noi abbiamo bisogno di fare definitivamente i conti con l’idea e la pratica di un riformismo troppo debole, ridefinendo “il profilo popolare moderno del nuovo partito” e attrezzandoci a quella che è anche una battaglia culturale ampia e di lunga lena.

Guai se di fronte alle difficoltà cadessimo nella tentazione di voltare la testa all’indietro. Guai se solo perché la strada si presenta in salita rinunciassimo al cammino che insieme abbiamo iniziato o cercassimo scorciatoie solo apparentemente più agevoli.

Anche perché, vorrei condividere questo convincimento con voi, i passi che abbiamo compiuto fin qui sono molti, e vanno nella giusta direzione. Ci hanno permesso di risalire da una china assai pericolosa, che ci aveva portato molto in basso.

Parlo di un anno fa, all’incirca di questi tempi. Ad un distacco e ad una critica nei nostri confronti apparsi clamorosamente evidenti nelle elezioni amministrative del maggio 2007. “Cdl al 50 per cento, l’Unione perde 7 punti, Partito democratico a picco”. Questo il tenore dei titoli di apertura di tutti i quotidiani italiani il 30 maggio 2007 e nei giorni successivi.

“Si prendano le provinciali”, scriveva Ugo Magri su “La Stampa”. “Globalmente il centrodestra (Udc compresa) raggiunge il 57,1 per cento, con l’Unione al 38,5. Come dire quasi 20 punti di differenza. Facile obiettare che 4 delle 7 province si trovano nel cuore della Padania, dunque un divario a favore di Berlusconi era nell’ordine delle cose. Senonché dal 2002 (provinciali precedenti) questo distacco è aumentato a dismisura. La Cdl è cresciuta del 4,7 per cento, il centrosinistra ha perso il 7,1. E se si guarda all’interno delle due coalizioni, si vede da una parte la Lega sugli scudi (secondo partito dell’alleanza al 13,2), dall’altra si coglie il tonfo dell’Ulivo, cioè il futuro Partito democratico: calato al 22,4 per cento, meno 8,1 rispetto alla precedente tornata. Unici a crescere, sulla sinistra, sono Verdi e Comunisti italiani… Di Pietro riesce a guadagnare uno 0,6 per cento che, con questi chiari di luna, provoca un ohhh di stupore”.

Dunque, ci diceva il responso delle urne un anno fa, la crisi di consenso del centrosinistra era pagata per intero dal Partito democratico.

Voglio essere ancora più chiaro: nessuno di noi si illuda che il risultato raggiunto in queste elezioni sia un nuovo “zoccolo duro”. Temo che questa definizione si attagli di più alle cifre che avevamo raggiunto alle provinciali del 2007: poco più del 20%. Il resto è il prodotto di quella rimonta, di quel recupero di fiducia che abbiamo visto nelle piazze e in quella campagna elettorale che voglio ringraziare tutti per aver definito efficace e innovativa.

Quei voti vanno riconquistati ogni giorno. E ci impongono di continuare il progetto di innovazione che abbiamo avviato politicamente e programmaticamente qualche mese fa.

Nel maggio dell’anno scorso, erano i nostri elettori a voltarci le spalle, mettendo a rischio non solo il governo dell’Unione, che difficilmente avrebbe potuto reggere a lungo un così basso indice di consenso nel Paese con numeri parlamentari tanto risicati, ma anche il progetto, la prospettiva del PD, che rischiava di abortire a solo poche settimane dalla storica decisione assunta dai congressi di Ds e Margherita.

Fu sulla base di questa preoccupazione, viva e diffusa, che il Comitato dei 45, che allora presiedeva alla fase costituente del PD, decise su proposta di Romano Prodi di far eleggere il 14 ottobre non solo un’Assemblea costituente, ma anche un segretario nazionale del nuovo partito, in modo, si disse allora, di distinguere le sorti del Partito democratico da quelle del governo dell’Unione.

Per quanto mi riguarda, ho invece sempre pensato che avremmo potuto dare futuro al nostro partito solo schierandolo a difesa del governo Prodi. E poi, una volta consumata la crisi del governo per colpa delle forze che si sono assunte la responsabilità di far mancare il loro sostegno parlamentare, battendoci con convinzione e senza risparmio per vincere le elezioni,

Se ci fossimo ripresentati con l’Unione, avremmo raccolto come schieramento – nella migliore delle ipotesi, sulla quale personalmente nutro enormi dubbi – gli stessi voti. Avremmo dunque ugualmente perso le elezioni. Ma la distribuzione di quel voto sarebbe stata molto diversa, assai probabilmente simile a quella delle provinciali del 2007, con un PD molto al di sotto della soglia del 30 per cento, attorniato dal consueto sciame di piccoli e piccolissimi partiti, ciascuno per sé più o meno vittorioso.

Un quadro politico non solo nefasto per il Partito democratico, che avrebbe visto rimessa in discussione, da parte degli elettori, la sua stessa esistenza; ma anche privo di prospettiva, di qualunque prospettiva che non fosse quella di una lunga opposizione ai margini della società italiana.

Ciò non significa, si badi bene, che questo risultato, il risultato del 13 e 14 aprile, non ci consegni problemi grandi e rischi seri, anche per il Partito democratico.

Le politiche del 2008 hanno infatti confermato la tendenza al deflusso di voti dal centrosinistra al centrodestra, che si era già clamorosamente verificato, in scala ridotta, con le elezioni amministrative parziali del 2007.

Una parte di questo deflusso ha coinvolto l’Udc, che ha ceduto più della metà dei suoi voti del 2006 al Pdl, quasi interamente compensati da voti in entrata di provenienza dal centrosinistra, in particolare Udeur e PD.

Il Partito democratico ha visto confermata su scala nazionale la crisi di consenso in aree centrali dell’elettorato, già emersa nel 2007, essenzialmente a causa del giudizio critico sulle posizioni “storiche” del centrosinistra in materia di politica fiscale e di sicurezza.

Abbiamo invece attratto più di un terzo dell’elettorato che alle scorse politiche aveva votato per una delle formazioni che da ultimo avevano dato vita alla Sinistra Arcobaleno. E questo è tanto più significativo in un contesto segnato dalla rottura dell’Unione e dal chiarimento delle posizioni reciproche.

Col loro comportamento, gli elettori di sinistra hanno dimostrato di essere, a determinate condizioni, disponibili a sostenere il Partito democratico.

E soprattutto, di non condividere, nella loro stragrande maggioranza, una linea politica e forse prima ancora una cultura politica, che pensa di poter sostenere i valori e i principi della sinistra senza fare i conti con il nodo del governo.

Quasi tre elettori di sinistra su quattro hanno ritenuto non interessante la proposta della Sinistra Arcobaleno, proprio in quanto priva di una proposta di governo. E più della metà di questi ha deciso di votare il PD, proprio in quanto proposta di governo credibilmente alternativa a quella della destra.

Ora c’è una sinistra che non è rappresentata in Parlamento, ma che è nel Paese. E’ interesse comune, voglio ripeterlo ancora, che la sua voce non smetta di pesare nella vita istituzionale e politica. Ed è un nostro impegno dialogare, interloquire con la sinistra radicale. Noi non possiamo prescindere dalla comprensione di ciò che di critico si muove nella nostra società, dal malessere che la attraversa e che non si può rischiare di lasciare alla sola protesta senza ascolto e senza voce. Ci sono condizioni sociali e aspettative di vita che si sono tradizionalmente riflesse in un elettorato ma che non per questo, ora, devono restare a noi estranee. L’incontro che lunedì avrò con Claudio Fava, nuovo coordinatore della Sinistra democratica, è un passo che facciamo in questa direzione.

Dobbiamo riflettere e capire, perché in tutte le democrazie del mondo i riformisti vincono quando riescono a sfondare al centro, trattenendo al tempo stesso una quota significativa dell’elettorato critico, giovanile, marginale, genericamente “di sinistra”, all’interno di una prospettiva e una cultura di governo.

Così è avvenuto negli Stati Uniti con Clinton, così è accaduto nel Regno Unito del New Labour, così è avvenuto nella Spagna di Zapatero. Così non è avvenuto alle ultime elezioni in Germania, dove proprio la autonoma consistenza elettorale di una sinistra irriducibile alla logica del governo ha impedito a Gerhard Schroeder di tornare alla cancelleria e ha imposto alla Spd come unica via praticabile quella della Grosse Koalition.

Proprio la riflessione su queste esperienze dovrebbe indurci a superare una discussione sulla falsa alternativa tra alleanze ed autosufficienza, tanto più se prospettata in termini ormai anacronistici.

In un contesto segnato dalla competizione elettorale e politica tra alternative di governo, in tutte le democrazie del mondo i protagonisti del confronto sono due grandi forze politiche a vocazione maggioritaria, che possono a loro volta essere centro di gravità di un sistema di alleanze con partiti minori, che tuttavia non contestano in nessun modo all’unico grande partito dell’alleanza la leadership politica generale. Il che è il contrario di una “ideologia del bipartitismo” che, in quanto tale, è sostanzialmente estranea alla nostra storia.

Non si tratta di una pretesa astratta, ma della concretissima condizione necessaria alla stabilità, dunque all’affidabilità e alla credibilità della proposta di governo, a sua volta condizione del suo successo elettorale.

Il problema che sta oggi davanti a noi non è allora quello di scegliere tra una classica cultura delle alleanze, tipiche di un contesto proporzionalistico, e un’astratta e statica pretesa di autosufficienza.

Vorrei dire anzi che non c’è strategia più lontana dalla vocazione maggioritaria che la pretesa di autosufficienza. La pretesa di autosufficienza esprime un atteggiamento di chiusura orgogliosa e identitaria, proprio mentre la vocazione maggioritaria spinge un grande partito come il nostro ad aprirsi ad apporti altri, a stabilire modalità anche diverse tra loro di convergenza, di collaborazione, di alleanza.

Non a caso, nei mesi scorsi, nel definire la nostra scelta strategica abbiamo usato l’espressione “andare liberi”. Per contrastare l’idea della solitudine e dell’autosufficienza. Per essere liberi di rivolgerci al Paese con un programma innovativo, con una proposta di governo credibile e coerente.

Il nostro obiettivo è dunque quello di intraprendere in modo pragmatico una iniziativa di dialogo a tutto campo con le diverse forze della sinistra, socialiste, ambientaliste; con forze come l’Udc, oltre che ovviamente con l’Italia dei valori e, su un piano diverso, con i Radicali, per verificare, col tempo che sarà necessario, la disponibilità a concorrere non alla costruzione di un generico fronte di tutte le opposizioni, che riprodurrebbe la vecchia, fallimentare logica delle “coalizioni contro”, capaci di vincere ma non di governare, bensì alla convergenza politica e programmatica con la nostra proposta di governo del Paese.

Sarà innanzi tutto nelle amministrazioni locali che metteremo alla prova questa disponibilità nostra a dar vita, sulla base di linee programmatiche e politiche chiare e trasparenti, alle coalizioni più ampie possibili, aderenti ai bisogni e alle prospettive delle diverse realtà territoriali.

La politica delle alleanze non è quindi altra cosa rispetto all’impegno rivolto ad espandere la nostra capacità di rappresentanza del Paese, tanto meno ne è il surrogato: ne è piuttosto parte integrante e uno degli aspetti qualificanti.

I risultati elettorali ci consegnano del resto un quadro tutt’altro che immodificabile.

Il 13 e 14 aprile hanno votato per la Camera dei Deputati 36 milioni 452 mila italiani, 1 milione 701 mila in meno del 2006, pari a circa il 4,5%.

Il Popolo della Libertà ha raccolto 13 milioni 629 mila voti, pari al 37,4%, facendo registrare un calo di quasi un punto percentuale e di circa un milione di voti in cifra assoluta. In compenso, la Lega Nord ha quasi raddoppiato i suoi voti: 3 milioni oggi, contro 1 milione 748 mila nel 2006, 8,3% contro il 4,6. Ai voti della Lega al Nord, vanno aggiunti i 410 mila voti dell’Alleanza per il Sud nel Mezzogiorno.

Il voto al centrodestra raggiunge il livello europeo di una consistente maggioranza relativa, ma non varca la soglia di quella assoluta. Con i suoi 17 milioni di voti, la coalizione radunata dall’on. Berlusconi ha raggiunto il 46,8% dei voti, che il meccanismo elettorale ha trasformato in un’ampia maggioranza sia alla Camera che al Senato.

Non è quindi in alcun modo in discussione la legittimazione a governare, da parte della coalizione che ha vinto le elezioni. Sarà tuttavia opportuno che essa rammenti di non avere dalla sua parte la maggioranza assoluta degli italiani e a maggior ragione rinunci quindi a quelle presunzioni di onnipotenza che hanno caratterizzato in passato il modo di governare del centrodestra.

Allo stesso modo, sarà bene che noi non perdiamo di vista questo dato, che ci consegna la fotografia di una società aperta e mobile, nella quale non è accaduto nulla di epocale e di irreversibile: la larga maggioranza relativa conquistata dal centrodestra resta pienamente contendibile. Non solo, come è ovvio, sul piano delle regole formali, ma anche su quello sostanziale dei rapporti di forza nel Paese.

Il Partito democratico ha raccolto alla Camera 12 milioni 93 mila voti, pari al 33,1%, aumentando sia in voti che in percentuale quanto ottenuto dalla lista dell’Ulivo nel 2006. E la stessa cosa, in modo anzi ancora più ampio, è avvenuta al Senato, dove con 11 milioni 42 mila voti abbiamo raggiunto il 33,6%.

E c’è un dato su cui è importante soffermarsi, perché è indice di come la novità del PD sia stata compresa, lì dove il fattore del poco tempo oggettivamente a nostra disposizione è stato “mitigato” da una maggiore facilità di ascolto e di formazione di opinione.

Nelle città con più di 100 mila abitanti, i rapporti di forza espressi dal voto si ribaltano. Il Partito democratico è il primo partito, con il 37,9% contro il 37% del PdL. E lo stesso avviene tra le due alleanze: al nostro 43% corrisponde il 42,7% dei nostri avversari. E questo non solo grazie al risultato delle regioni in cui siamo più forti. Se si prende il voto delle città del Nord vale la stessa cosa: il Partito democratico è al 38,8% e il Popolo della Libertà al 31,5%. Il nostro schieramento è al 44,1% e i nostri avversari, con tanto di Lega Nord, al 41,8%.

Vorrei sottolineare come solo due anni fa, alle scorse politiche, la situazione fosse opposta. Nelle stesse città noi eravamo al 36%, i nostri avversari al 37,5%.

Insomma: sarebbe puro autolesionismo affrontare i problemi non risolti che hanno contribuito a farci perdere le elezioni mettendo in discussione le scelte che ci hanno fatto vincere la scommessa politica della nascita del Partito democratico.

Per la prima volta nella sua storia, l’Italia dispone di un grande partito riformista, di centrosinistra, in grado di mettere in campo una forza elettorale paragonabile a quella degli altri grandi partiti riformisti europei.

I Laburisti inglesi, con la guida di Tony Blair, hanno vinto le elezioni per tre volte consecutive con percentuali che hanno oscillato tra il 44,5% del 1997 e il 35,3% del 2005. I socialisti spagnoli hanno perso le elezioni del 2000 con il 34,4% e le hanno vinte, con Zapatero, nel 2004 col 42,6% e nel 2008 col 43,6%. I socialdemocratici tedeschi, superati di misura nel 2005 dalla Cdu, con la quale ora governano nella Grosse Koalition, hanno registrato il 34,2% dei consensi.

Ma il carattere aperto della struttura politico-elettorale del Paese è reso ancor più evidente dalla disaggregazione del voto per aree geografiche.

Come ha scritto Roberto D’Alimonte, al Nord, “con il calo di 5 punti percentuali (a favore della Lega) nel voto al Pdl e la sostanziale tenuta del Pd si è ridotto il divario tra questi due partiti. Il primo ha oggi il 32,1% dei voti, contro il 29,3% del secondo e il 19,1% della Lega”.

Il 13 e il 14 aprile i voti al Pdl e quelli alla Lega – molti dei quali provenienti dal centrosinistra – si sono sommati. Ma nulla dice che dovrà essere così per sempre. Molto dipenderà anche dalla nostra iniziativa politica, sia sul terreno programmatico che su quello delle alleanze.

Voglio citare di nuovo Chiamparino, ma si potrebbe fare l’esempio anche di altre città del Nord Italia, perché ha ragione quando ricorda che nel ’93 la Lega aveva raggiunto il 21% e per poco non andò al ballottaggio per il Sindaco. Le cose di cui si parla oggi non sono quindi una novità, ci sono già state e sono state già sconfitte una volta, visto che nell’area torinese la Lega ha il suo rispettabile 6% dei voti ma a governare, bene e da diversi anni, siamo noi.

Investendo su noi stessi, sulle nostre idee, sui gruppi dirigenti locali e sulla loro autonomia di decisione, facendo vivere concretamente l’identità di un partito federale, possiamo ripetere molte altre volte questa situazione. I recenti ballottaggi alle amministrative, Vicenza e Sondrio in testa, ce lo dimostrano.

L’importante è avere convinzione e umiltà insieme. La convinzione di aver cominciato a usare le parole giuste e di aver individuato le proposte in grado di rispondere alle aspettative dei cittadini del Nord, di aprire le prime sostanziose crepe nel muro di diffidenza che separava il vecchio centrosinistra e quelle regioni. L’umiltà di sapere che resta aperto un problema di credibilità da guadagnare, da conquistare pian piano, con il tempo, dimostrando concretezza e coerenza.

Dimostrando di aver definitivamente capito, e di agire di conseguenza, che la questione del Nord è innanzitutto l’insufficienza delle risposte della politica nazionale alle sue domande, è l’assenza o l’incredibile ritardo delle infrastrutture necessarie agli imprenditori per affrontare la sfida dei loro competitori internazionali, è il peso di adempimenti burocratici di cui resta ignota l’effettiva necessità, è lo squilibrio inaccettabile tra la pressione fiscale e i servizi restituiti in cambio alle comunità, è la mancanza di risposte efficaci quando si tratta di conciliare bisogno diffuso di manodopera, politiche di integrazione e contrasto dell’illegalità per garantire sicurezza a imprese e cittadini.

Lasciando il risultato elettorale del Nord, “al Centro e al Sud – scrive ancora D’Alimonte – la situazione è molto diversa. In queste due aree i rapporti di forza tra i due maggiori partiti italiani sono speculari. Al Centro il Pd ha ottenuto il 45,4% dei voti, contro il 31,1% del Pdl. Al Sud è stato il Pdl a prendere il 45,4% dei voti contro il 31,5% del Pd”.

“Il Mezzogiorno è l’unica zona del Paese – continua D’Alimonte – in cui Fi e An hanno preso più voti nel 2008, correndo sotto lo stesso simbolo, di quanti ne avessero presi nel 2006 quando correvano separati. Per l’esattezza si tratta di 434 mila voti, concentrati quasi totalmente nei comuni non capoluogo”.

“Il risultato – conclude D’Alimonte – è che il Pdl si presenta oggi come un partito fortemente meridionalizzato. Oggi la Campania è addirittura la regione dove è più forte arrivando a oltre il 49% dei voti. Più che in Sicilia”.

Non credo si debbano spendere molte parole per ricordare come il Mezzogiorno sia l’area a più elevata mobilità elettorale e come sul risultato del 13 e 14 aprile abbia inciso in modo forse determinante la crisi delle classi dirigenti di centrosinistra in più di una regione del Sud.

Il carattere chiaro e netto, ma anche aperto e reversibile del risultato elettorale indica anche gli obiettivi che devono orientare il nostro lavoro nel futuro prossimo: svolgere la funzione di opposizione, che gli elettori ci hanno assegnato, in modo da proporre al Paese una credibile alternativa di governo, che possa affermarsi e prevalere alle prossime elezioni politiche; e radicare il partito nella società italiana, farne un grande movimento popolare di liberi e forti, per il rinnovamento culturale e morale della Nazione, e farne una istituzione civile, in grado di proporsi come strumento di partecipazione dei cittadini alla vita democratica.

Con la costituzione del Governo-ombra, immediatamente all’indomani della formazione del Governo Berlusconi, abbiamo dato al Paese un chiaro segnale su come pensiamo debba essere la nostra opposizione: una opposizione scomoda, proprio in quanto istituzionalmente leale, competente e propositiva.

Un’opposizione, l’ho detto ieri alla Camera, molto diversa da quella fatta dai nostri avversari nella scorsa legislatura. Netta, incalzante sull’azione del governo, forte di una propria agenda di priorità, alla ricerca non di vane esibizioni muscolari o di breve pubblicità da conquistare sventolando striscioni o brindando in un’aula parlamentare, ma sempre e comunque del modo migliore per perseguire il bene del Paese, per rispondere alle domande e alle esigenze degli italiani, per fare un’Italia più giusta, moderna e sicura.

Un’opposizione coerente con la grande innovazione di cultura politica e di sistema che la nascita del Partito democratico ha prodotto e rappresenta. Siamo stati noi i primi a dire che l’essenza della democrazia è questo: aperta e nitida dialettica sui programmi, leale e trasparente convergenza sulle regole del gioco.

Si stanno creando le condizioni perché questo avvenga. Dobbiamo avere il coraggio di non avere paura. Il dialogo sì, il consociativismo no. Le regole da cambiare insieme sì, ma ciascuno con il suo programma. E i nostri sono diversi.

Questione salariale, futuro di Alitalia, pacchetto sicurezza: tanto più cercheremo il dialogo sulle riforme che servono al buon funzionamento della nostra democrazia, tanto più saremo alternativi e sapremo mettere in campo un’opposizione autorevole e credibile sui temi che riguardano il Paese e la vita concreta degli italiani.

Per riuscire a raggiungere i nostri obiettivi dobbiamo lavorare come una squadra in cui ognuno gioca un ruolo, senza sovrapposizione di compiti e funzioni. Per questo alla nascita del Governo Ombra è corrisposta la cessazione di tutti i dipartimenti tematici dell’esecutivo, mentre sono rimasti gli incarichi relativi all’attività di costruzione e di gestione del partito.

E ancora per questo ho chiesto a tre ministri del Governo ombra e ai tre coordinatori delle aree Organizzazione, Comunicazione e Studi, ricerche e formazione, di far parte insieme al Vicesegretario, al coordinatore dell’attività politica e ai due capigruppo, di un Coordinamento, tra le funzioni di partito e l’iniziativa politica del Governo ombra, a cui saranno invitati, per il raccordo con il lavoro parlamentare, i vicepresidenti di Camera e Senato.

Sia attraverso il Governo-ombra, sia mediante l’iniziativa del partito, sul piano nazionale e nelle diverse aree del paese, dobbiamo dunque riuscire a parlare alla società italiana, alle sue speranze e alle sue angosce, lungo tre grandi direttrici.

La prima è il segmento più dinamico del nostro sistema economico e sociale: il mondo dell’impresa, grande, ma soprattutto media e piccola. L’impresa che ha saputo ristrutturarsi e tornare competitiva nel mondo.

L’impresa che chiede un Paese più moderno, più veloce, più semplice. Un fisco amico dello sviluppo e dunque di chi lavora e produce. Una pubblica amministrazione più efficiente, quindi meno costosa e capace di rendere servizi di livello europeo. Un programma di infrastrutture che valorizzi la vocazione dell’Italia a diventare la grande piattaforma logistica del Mediterraneo. Un sistema scolastico, formativo, di ricerca che ricomponga la frattura tra lavoro e sapere, che è il più grave handicap del nostro sistema-paese.

Con questo segmento strategico della società italiana, in campagna elettorale abbiamo ristabilito un rapporto di comunicazione. Hanno colto nelle nostre parole uno sforzo di innovazione, un’inedita disponibilità della politica – e della politica di centrosinistra in particolare – ad ascoltare, a rispettare, a valorizzare la loro esperienza e il loro punto di vista.

Questa ripresa di comunicazione non si è ancora tradotta, come dicevamo, in consenso elettorale. Del resto, in campagna elettorale si può raccogliere solo quel che si è seminato per tempo. Oppure si può seminare, come abbiamo cercato di fare noi, sapendo che il tempo del raccolto arriverà: a condizione che saremo capaci di dare prova di umiltà e soprattutto di costanza, se sapremo dimostrare che la nostra attenzione dura nel tempo, come prova della serietà e dell’affidabilità della nostra innovazione culturale e programmatica.

La seconda direttrice della nostra iniziativa programmatica e politica deve muovere verso quei milioni di italiani – lavoratori dipendenti, ma anche autonomi marginali, giovani precari, pensionati soli, famiglie con figli – che si sentono oggi più poveri e insicuri e che avvertono la globalizzazione, nelle sue diverse dimensioni, dalla competizione economica all’immigrazione, più come una minaccia che come un’opportunità.

Avevamo capito bene, ascoltando e dialogando con le persone, le famiglie, le comunità locali, nel lungo viaggio per l’Italia che in campagna elettorale ha attraversato tutte e cento le province italiane, quanto fosse decisivo riuscire a trasmettere un messaggio di fiducia e di speranza al mondo del lavoro, ai pensionati, ai ceti popolari in generale, tentati dal non voto o da un voto di protesta contro di noi.

Non a caso abbiamo voluto promuovere una Conferenza operaia del Partito democratico, per tornare a parlare a un mondo e con un mondo che ci ha percepiti da troppi anni come assenti, lontani, distratti.

E abbiamo elaborato proposte programmatiche per la rivalutazione dei salari, attraverso l’incremento delle detrazioni sul reddito da lavoro dipendente; per una crescita e una più incisiva redistribuzione della produttività, attraverso l’incentivazione della contrattazione di secondo livello; per la difesa del potere d’acquisto delle pensioni, anche immaginando strumenti che consentano loro di beneficiare della crescita del reddito nazionale; per l’aiuto alle fasce deboli attraverso strumenti di difesa dal caro-vita.

Proposte credibili e innovative, che ci hanno consentito di interloquire in campagna elettorale con aree critiche del nostro elettorato e che ora dovranno essere riprese, rilanciate, tradotte in impegno quotidiano dal Governo-ombra.

La terza direttrice della nostra iniziativa politica e programmatica ha come interlocutore quella parte del mondo cattolico moderato, ma popolare e democratico, che ha ritenuto e ritiene tuttora non abitabile il PD per chi sostenga una visione politica di ispirazione cristiana.

Vorrei intanto dire che il numero di donne e di uomini che dirigono e animano a tutti i livelli il nostro partito portando con sé i loro convincimenti di fede e il loro percorso politico è sufficientemente ampio a garantire che questa “abitabilità”, confermata peraltro da idee e posizioni che sempre più hanno il segno di come la convivenza e la sintesi tra di noi sia non solo possibili ma ricche, feconde, cariche di opportunità inedite.

E ad ogni modo: con questo mondo sarà interessante e fecondo aprire un dialogo, innanzi tutto culturale, ben sapendo che molte delle loro inquietudini attraversano anche il nostro partito, questa comunità di donne e uomini che sta diventando il Partito democratico.

Penso al tema, tanto complesso quanto affascinante, del rapporto tra la valenza pubblica delle fedi religiose, il loro contributo alla vitalità della democrazia, e la laicità delle istituzioni, come presidio della libertà di tutti e del rispetto per tutti.

Penso al tema della grande eredità della tradizione culturale e politica del cattolicesimo democratico e sociale e alle nuove forme nelle quali essa dovrà esprimersi, in un contesto segnato dalla fine dell’unità politica dei cattolici e dal superamento dei partiti identitari.

Penso ai temi “eticamente sensibili”, questioni in parte ricorrenti, in parte radicalmente inedite, che interrogano l’intelligenza e la coscienza dell’umanità contemporanea e chiedono alla politica soluzioni capaci di coniugare la libertà con la responsabilità, sulla base di un avvertito senso del limite.

E penso anche che “eticamente sensibili” non siano solo le grandi questioni che riguardano la famiglia e la vita, ma anche i grandi temi sociali e civili, come la promozione dei valori della legalità e dell’onestà; l’impegno sociale a favore dei più deboli; la promozione di proposte educative che, nella libertà e senza integralismi, contrastino la desertificazione etica, il vuoto di valori che una società troppo spesso improntata al mito del desiderio più che al valore della speranza, al primato dell’apparire su quello dell’essere.

Il risultato elettorale, disaggregato per aree geografiche, ci dice quanto imprescindibile, per il successo elettorale del nostro partito, sia il suo radicamento sociale, la sua presenza fisica nei luoghi di vita, di lavoro, di studio degli italiani.

Non ci nascondiamo certo il risvolto negativo del dato cui facevo riferimento prima, relativo al nostro risultato nelle grandi città. E’ evidente che se lì le cose vanno bene, il problema più grande è per noi nel resto del Paese, nella piccola provincia, nell’Italia profonda, sul territorio, là dove la destra è più capace di dare risposta – una risposta effimera e di corto respiro, come detto, ma comunque una risposta – alla condizione di “uomini spaventati” di tanti italiani, per dirlo con Ilvo Diamanti.

Lì noi non siamo arrivati. Lì abbiamo bisogno di lavorare ancora molto per entrare in contatto con la vita quotidiana delle persone, per essere presenti in modo efficace nella realtà quotidiana. In una parola per costruire quel radicamento che significa riconoscimento, identificazione, rappresentanza.

Quella del partito “liquido” è un’espressione tanto brutta quanto astratta, che non ha mai fatto parte del nostro vocabolario, ma di quello dei commentatori. Il nostro, al contrario, dovrà essere un partito fisicamente presente in tutti i Comuni italiani, in tutti i quartieri e le borgate del nostro Paese.

Allo stesso modo sono d’accordo con chi dice che ci si radica non solo aprendo una sede, ma se si appare vicini, se si è capaci di interpretare, di riconoscere i sentimenti e le opinioni che si formano tra i cittadini; ci si radica, in alcuni casi, anche contrastando attivamente opinioni e atteggiamenti inaccettabili, promuovendo la cultura della legalità o favorendo il superamento dei pregiudizi nei confronti degli immigrati.

Radicamento e innovazione non sono quindi termini da contrapporre, ma da coniugare, come del resto risulta chiaro dalla lettera e dallo spirito dello Statuto approvato all’unanimità dall’Assemblea costituente. Il nostro è, deve essere, un partito aperto, tutt’altro che privo di corpo e spina dorsale.

Penso al Partito democratico come ad una libera associazione di cittadini, capace d’essere fermento culturale e motore di un rinnovamento morale della Nazione. Come ad una istituzione al servizio della società civile, strumento di incontro, di discussione politica, di formazione all’impegno civico, di democrazia deliberativa, a disposizione non solo di una ristretta cerchia di militanti, ma di tutte le persone interessate.

Interessate, perché questo è il senso alto e per me vero del termine “radicamento”, ad occuparsi dei problemi concreti delle persone, delle questioni che riguardano da vicino la loro vita, non di chi dovrà andare ad occupare questo o quel posto in un consiglio d’amministrazione o se ad un assessore “in quota” all’uno debba corrispondere un incarico assegnato all’altro.

Nelle prossime settimane dovremo quindi innanzitutto completare la fase di costituzione dei circoli e di approvazione degli statuti regionali, cosa che avverrà entro il 31 luglio. Dovremo inoltre costituire, nei termini previsti dallo statuto, il “registro degli iscritti”, avendo la massima cura nel garantire trasparenza e correttezza nel trattamento dei dati personali.

Il 20 e il 21 giugno si riunirà l’Assemblea costituente. E più avanti dovremo convocare l’assemblea degli 8 mila circoli del Partito democratico e una grande Conferenza nazionale che affronti e fissi le grandi questioni tematiche e le priorità della nostra azione per rispondere alle domande del Paese e degli italiani.

Dovremo poi prepararci per tempo, sul piano organizzativo e regolamentare, affinché in vista della prossima tornata amministrativa, le primarie siano la regola e non l’eccezione nella scelta dei candidati, quanto meno per le cariche monocratiche di governo.

Può essere che in presenza di un sindaco o di un presidente di provincia uscenti sostenuti da un largo consenso che decidano di ricandidarsi non siano necessarie. Per il resto dobbiamo evitare di cadere o ri-cadere nella presunzione d’essere noi, dirigenti di partito, a scegliere la persona giusta per il posto giusto.

Può essere che in alcuni casi le primarie creino qualche complicazione ai nostri equilibri interni, alle legittime aspettative di carriera di questo o quel bravo dirigente. Ma più spesso ci aiutano a non fare errori. A non perdere il polso dell’opinione pubblica, a rimotivare gli elettori sfiduciati, a favorire il ricambio.

D’altro canto, con la grande forza che siamo riusciti a mettere in campo nelle aree urbane abbiamo già dimostrato una capacità di interloquire con l’opinione pubblica, attraverso i media, a cominciare da internet, che è ormai lo strumento ordinario di comunicazione dei più giovani. Dobbiamo continuare, mettendo a punto quello che lo statuto chiama “sistema informativo per la partecipazione”, facendo di internet un mezzo privilegiato sia per la comunicazione interna sia per la diffusione delle nostre iniziative, dei nostri progetti, del nostro ruolo di controllo sull’attività del governo, oltre che il mezzo attraverso cui gli eletti ad ogni livello istituzionale rendono conto del modo in cui amministrano la cosa pubblica.

Al tempo stesso, dobbiamo rendere più spesso il tessuto delle relazioni “faccia-a-faccia” con i mondi della vita quotidiana, delle professioni, delle imprese, delle associazioni. Ci serve per riconquistare consensi ma soprattutto per conoscere quei segmenti della società italiana che ci hanno voltato le spalle, quelli con cui abbiamo aperto un dialogo ma che non siamo riusciti a persuadere durante la recente campagna elettorale.

E qui mi rivolgo non solo, ma in particolare, ai parlamentari. Dai meno noti a quelli con maggiore esperienza, proprio oggi che siamo all’opposizione, devono sapere che il loro compito non si esaurisce tra questa sede e Palazzo Madama o Montecitorio. Dobbiamo evitare la sindrome della “propaganda permanente”. Ma chi ha scelto di fare della politica un’attività a tempo pieno deve sentire l’obbligo di rimanere permanentemente in contatto con il territorio che lo ha espresso, con gli interessi, con le energie, le domande di partecipazione, le aspettative di ascolto che i territori esprimono.

Di questo è fatto e a questo serve un partito federale. Si tratta di un compito che riguarda anche i componenti del governo ombra, e dunque, ancora, me per primo. Nei prossimi cinque anni il viaggio in Italia che ha segnato tra le pagine più belle della campagna elettorale continuerà con ritmi magari meno frenetici, ma senza sosta.

Serve infine, ma non meno importante, un significativo investimento nella formazione. Difficile pensare che il compito di formare la classe dirigente per i prossimi decenni possa essere affidato a tradizionali scuole di partito, riflesso delle gerarchie interne e di un impianto dottrinario codificato. Avremo piuttosto bisogno dell’apporto dei numerosi think tank che già esistono, di Fondazioni come “Italianieuropei”, di centri studi e strutture come l’Arel, il Nens o Astrid, che siano strumento di comprensione e di relazione con mondi diversi, della cultura e della società civile, del nostro Paese e internazionali, come ha detto ieri nella sua intervista Massimo D’Alema. Avremo forse anche bisogno di nuove istituzioni culturali indipendenti – che non siano o non si sentano però “estranee” alla politica – in grado di raccogliere il meglio del mondo scientifico, le capacità di analisi che maturano nelle imprese, nelle professioni, nei mondi associativi. In grado di aiutarci a formare un nuovo gruppo dirigente, quadri amministrativi competenti; a coltivare la passione civile dei tanti giovani che si sono avvicinati al Partito democratico negli ultimi mesi.

L’investimento nella formazione ci serve anche per colmare i nostri deficit di comprensione del Paese e delle sue diverse aree territoriali, per creare un linguaggio e visioni condivise sulla storia repubblicana e sul futuro dell’Italia, per attenuare le disparità regionali nelle esperienze concrete e nei modi di far politica, per far maturare nelle giovani generazioni un senso alto dell’impegno politico e della sua moralità. Una moralità che non si esaurisce in una condotta irreprensibile nell’uso delle risorse pubbliche e nell’esercizio delle prerogative istituzionali, ma deve essere segnata appunto dalla competenza, dall’attitudine allo studio, dalla capacità di analisi, dalla disponibilità all’ascolto, dall’abitudine al rendiconto.

Tutto questo fa parte del cammino che ci attende, dei compiti che abbiamo, degli obiettivi che dobbiamo raggiungere.

Abbiamo una responsabilità enorme. Verso i 12 milioni di uomini e di donne che hanno riposto in noi la loro fiducia, e che non meritano di essere disorientati o delusi. Verso tutti gli italiani che vivono con ansia e crescente insicurezza questo tempo nuovo e difficile, e dalla politica, dalla nostra politica, hanno diritto di avere risposte e soluzioni all’altezza.

Abbiamo altrettanto enormi possibilità. Sta a noi esserne consapevoli, farci trovare sempre preparati ed essere solidali tra di noi, lavorare duramente e con tenacia per riuscire a coglierle, per rispondere al compito che in questo momento della nostra vicenda nazionale è chiamato ad assolvere il Partito democratico.

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