Lo show di Bossi, tra fucili e “martiri”. E intanto nel Pdl si fa i conti con il risveglio di An

Umberto Bossi perennemente all’attacco, Raffaele Lombardo che minaccia l’appoggio esterno, Gianfranco Fini che celebra la vittoria di Gianni Alemanno a Roma come un trionfo di An, Silvio Berlusconi che rivendica il ruolo di Forza Italia ed il suo in particolare. E intanto l’eterogenea coalizione che ha vinto le elezioni cerca faticosamente di trovare la tanto agognata “quadra” sulla formazione di governo.

Sconcertanti, come del resto spiacevole abitudine, le parole pronunciate oggi dal leader della Lega Nord, che dapprima definisce Roberto Maroni “l’uomo giusto per il ministero dell’Interno” e poi assicura che “malgrado la presenza di Gianni Letta, Berlusconi darà gli ordini giusti per approvare da subito il decreto sulla sicurezza”. Criticando apertamente la parte più moderata della coalizione, il senatùr rivela inoltre che gli ordini a cui fa riferimento, il Cavaliere li riceverà direttamente dalla Lega.

“Berlusconi ha sposato la Lega – racconta Bossi ai cronisti – e ora deve eseguire gli ordini. Noi non temiamo niente perchè siamo una forza popolare grandissima, che vuole solo fare democraticamente le riforme. Siamo l’unica garanzia per la libertà e la democrazia dell’Italia”. E come farà valere questa forza? Bossi, a questo punto, tira fuori dal cilindro uno dei pezzi più celebri del suo repertorio: “I fucili sono sempre caldi, abbiamo trecentomila uomini pronti a combattere, trecentomila martiri”. Alla faccia della democrazia…

Lo show del senatore leghista, destinato a ricoprire un ruolo di governo nel prossimo esecutivo, continua. “Se tutti i ministri fossero della Lega, i problemi del paese sarebbero risolti in due mesi”. Poi un appello al diaologo con l’opposizione, con il solito stile istituzionalmente impensabile: “Non so cosa vuole la sinistra, noi siamo pronti, se vogliono fare gli scontri io ho trecentomila uomini sempre a disposizione, se vogliono accomodarsi. Mi auguro che la sinistra scelga la via delle riforme”.

Tenere a bada la foga leghista per Silvio Berlusconi non sarà semplice. Il cavaliere, dal canto suo, minimizza le esternazioni di Bossi. Continua a definire “fucili di carta” quelli evocati dal senatùr e mostra spavalderia nel respingere al mittente le richieste avanzate dal partito padano. Ai giornalisti che gli chiedono se la squadra di governo possa essere rivista a favore della Lega, risponde: “Ma siete usciti di testa? Cos’è questa storia di Rosi Mauro?”.

Con il fonte leghista sempre incandescente, la vittoria di Alemanno a Roma apre nuovi focolai di scontro all’interno della coalizione. Prima il neosindaco, poi il leader Gianfranco Fini, non hanno esitato rivendicare la vittoria alle comunali come un trionfo di An, dimenticando, forse involontariamente o forse no, che An non c’è più e che a scioglierla è stato proprio Gianfranco Fini.

Berlusconi, forse ferito nell’orgoglio, forse desideroso di riequilibrare a suo favore la vittoria di Roma, o forse solo per placare i furori degli ex-missini in vista del varo definitivo della squadra di governo, non esita a rivendicare i suoi meriti: “Certo, è stata una vittoria di An, ma anche di Forza Italia, di Francesco Giro e mia, che ho fatto una decina di interviste”. Insomma, passata la sbornia per il trionfo a Roma, il nuovo premier si trova già ad affrontare difficoltà che, non è difficile prevederlo, saranno un leit motiv della XVI legislatura.

S.C.

www.partitodemocratico.it

 

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