“Un’opposizione forte, non faremo sconti”. Il segretario del PD sul ruolo del governo-ombra

“Faremo un’opposizione molto forte. Berlusconi non si illuda: non gli faremo sconti, e il nostro fair play non ci impedirà di alzare la voce, ogni volta che vedremo messi a rischio i valori costituzionali che ho indicato nella lettera-appello lanciata prima del voto. Faremo un’opposizione riformista, dura ma non ideologica”. In una lunga intervista rilasciata la quotidiano “La Repubblica”, Walter Veltroni lancia il suo manifesto d’opposizione. “Vigileremo sul rispetto delle regole. Incalzeremo il futuro premier sulla montagna di promesse che ha seminato in campagna elettorale. E stavolta non finirà come ai tempi del contratto con gli italiani, che il Cavaliere ha disatteso all’85%. Il governo-ombra servirà anche a questo”.

Il Partito Democratico è pronto, sembra voler dire Veltroni. E’ pronto ad incarnare quella sfida di modernizzazione e riformismo lanciata in campagna elettorale, che gli elettori non hanno premiato con la vittoria ma che hanno immensamente legittimato. “Non ho alcuna difficoltà a parlare di sconfitta – sottolinea il leader del PD – ma attenzione la sconfitta c’è stata nella sfida per il governo. Ma se guardiamo alla costruzione di una grande forza riformista allora non si può proprio parlare di sconfitta. E’ stato un miracolo, abbiamo recuperato 10 punti in soli 4 mesi”.

E in questo senso, spiega Veltroni, la celebre frase pronunciata da Pietro Nenni “piazze piene, urne vuote”, non può applicarsi alla vicenda del PD. Di sicuro le piazze in campagna elettorale erano piene – in alcuni luoghi piene come non le si vedeva da decenni – ma di certo “sono state piene anche le urne”, dato che quel 33 e passa per cento è stato “un risultato impensabile fino a sei mesi fa”. In questo senso, il messaggio del PD è stato dirompente nei grandi centri urbani: “A Torino siamo cresciuti del 6,6%, a Milano del 9,1%, a Venezia del 6,9, a Genova del 6,3%, a Bologna del 6,8%, nelle aree del Nord-Est siamo il primo partito. Anche al Sud a Napoli il Pd è cresciuto del 5,4%, a Palermo del 7%”.

Numeri importanti, che stridono però con quelli ben più modesti corrispondenti alle aree più profonde e periferiche del Paese, dove hanno pesato in maniera più imponente determinati fattori sociali e politici, che in fondo hanno determinato la sconfitta del PD. Due, secondo Veltroni, le ragioni di fondo. “La prima ragione riguarda il Paese. La società italiana è fortemente attraversata da un sentimento di insicurezza, per esempio rispetto al fenomeno dell’immigrazione, e di paura per un possibile peggioramento delle condizioni di vita. Il voto riflette questo bisogno di protezione, che non a caso ha premiato soprattutto la Lega. Ha prevalso un istinto di difesa e di conservazione di cui la destra si è fatta interprete”.

La seconda ragione riguarda invece il centrosinistra, o almeno l’immagine di sé che ha lasciato agli elettori e contro la quale lo stesso Partito Democratico ha dovuto combattere. “Noi abbiamo rilanciato, con un atto fondativi senza ritorno, la creazione di una grande partito riformista. Negli strati profondi della popolazione i lasciti della vecchia maggioranza hanno però finito per essere solo due: troppe tasse, troppi veti incrociati. Questo pregiudizio, alimentato ad arte dalla tv e appesantito dal disastro dei rifiuti e dalla crisi dell’Alitalia, ci ha impedito di coronare con successo la rimonta”. Una rimonta che sarebbe stata fattibile se i messaggi lanciati in campagna elettorale fossero stati recepiti da tutti. “Abbiamo fatto scelte dirompenti, e pronunciato parole di innovazione mai ascoltate prima a sinistra: sul fisco, sulla sicurezza, sulla certezza della pena, sulla fine della cultura dei veti”.

Ora si apre una fase nuova. Una fase che, auspica Veltroni, sia contraddistinta da collaborazione e dialogo. Un dialogo con tutte le forze politiche, sia quelle che, a sinistra, sono rimaste fuori dal Parlamento, sia quelle che, pur tardivamente, hanno scelto di svincolarsi da Berlusconi e dall’estremismo della Lega. Un dialogo che, per forze di cose, dovrà instaurarsi anche con la futura maggioranza in materia di riforme istituzionali, anche se l’avvio dei rapporti, sia dentro la coalizione di destra, sia nei confronti dell centrosinistra, non sembra essere promettente. “Se il futuro premier ritiene utile e opportuno parlare con il leader dell’opposizione, la linea del mio telefono è sempre libera. Ma se invece fa eleggere Schifani presidente del Senato, Fini presidente della Camera e Tajani commissario Ue, allora comincerà un altro film. L’Italia ha bisogno di ritrovare equilibrio istituzionale e serenità”.

www.partitodemocratico.it

 

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