Abbiamo fatto la scelta giusta

di ALESSANDRA LONGO (www.repubblica.it)

ROMA – Il segno della sconfitta è tutto nell aprima frase che Walter Veltroni pronuncia quando esce dal loft e affronta la stampa: “Ho telefonato al leader del Pdl, Silvio Berlusconi, e gli ho fatto gli auguri, come usa nelle democrazie occidentali”. Lo evoca, nome e cognome, per la prima volta. Durante tutta la campagna elettorale aveva deliberatamente scelto di non nominarlo. Era solo “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”. Ma Berlusconi ha dimostrato di esistere, eccome. E al telefono si sono dati del tu: “Ti voglio dare atto della vittoria e farti gli auguri nell’interesse del paese”, ha esordito Veltroni. “Grazie, questa telefonata mi fa piacere, ora devo mettermi subito al lavoro”, è stata la risposta cortese del Cavaliere. Difronte ai microfoni Il leader del Pd ammette quel che è sotto gli occhi di tutti: “Non siamo riusciti nell’obiettivo che ci eravamo proposti, portare al governo del Paese una grande forza riformista”. La botta è dura e lo si vede dal sorriso stanco di Veltroni, dalla faccia tesa e commossa fino alle lacrime della moglie Flavia che, insieme a Vittoria e Martina, le figlie, non lo ha mai lasciato solo.

Quando ha cominciato a far buio, dal loft, dov’erano rimasti blindati per ore, sono scesi tutti, per sottoporsi al rito crudele dei riflettori. “Adesso vado”, ha detto Walter ai suoi. “Allora veniamo tutti con te”, gli hanno risposto Dario Franceschini, Enrico Letta, Anna Finocchiaro, Massimo D’Alema, Rosi Bindi, Piero Fassino, Paolo Gentiloni, Giovanna Melandri, Goffredo Bettini, Matteo Colaninno. Sono entrati da una porta laterale per salire direttamente sul palco della sala stampa, un tempo mercato del pesce della comunità ebraica. Lui, il leader, con un foglietto in mano, con gli appunti più difficili, quelli del dopo voto andato così. Gli altri, in silenzio, le facce della delusione, unica nota di colore la borsa di lacca rossa di Anna Finocchiaro, reduce da una coraggiosa quanto velleitaria battaglia in Sicilia.
Che cosa vai a dire Walter? “La verità. Che non ce l’abbiamo fatta, che il risultato è chiaro: la destra governerà il Paese. Ma da qui noi partiremo per costruire la sfida dell’Italia riformista e ci metteremo tutte le nostre energie”. Abbraccia i collaboratori più stretti che gli dicono. “Sei grande!”. Dà un buffetto alle figlie che se ne stanno zitte e composte nella sala dei bottoni dove, un po’ in disparte, con D’Alema e gli altri, hanno assistito al lievitare dei numeri della sconfitta (“Massimo, ma hai visto i risultati della Lega a Bergamo e Varese?”). Ripete a se stesso e alla sua squadra: “Abbiamo fatto la scelta giusta per l’Italia”.

Perde con eleganza, telefonando a Berlusconi, aggrappandosi al buono, in una giornata che segna la drammatica fine parlamentare della sinistra radicale italiana: “Dalle condizioni in cui siamo partiti possiamo ben parlare di rimonta. Ora siamo la forza riformista più grande che questo Paese abbia mai avuto. “. Al Nord il risultato viene definito “buono”, alla fine il Pd si attesterà su quel 34-35 per cento che giustifica l’operazione di sintesi politica che è stata fatta.
Dice Veltroni: “Faremo opposizione e non sappiamo ancora quanto sarà lunga”. E vedi Fassino contorcersi, D’Alema, ministro degli Esteri, abbassare la testa in seconda fila. Dietro le quinte Flavia, la moglie, fa una smorfia amara. Poi se ne vanno veloci, tornano al quartier generale. Passa una moto con due giovani che si trascinano soddisfatti la bandiera del Pdl e ridono.

Sulla scalinata del loft un pensionato piemontese, ex Pci, ha lasciato il suo cartello: “Comunque vada, grazie Walter”. La notte sarà lunga ma senza miracoli. Arrivano pasta fredda, tramezzini, vino rosso “per tirarsi su”, dice la Melandri. Niente champagne, va da sé.

Notte lunga, ma perlomeno senza rimorsi. “Più di così non posso fare”, era la riflessione a voce alta di Veltroni. 110 province visitate una ad una, il contatto diretto con le piazze, gremite a tutte le ore, (ma ecco che l’implacabile vecchio detto “piazze piene, urne vuote” ancora una volta si conferma vero), i pranzi a casa delle famiglie medie italiane per sentire il polso delle loro angosce, delle loro speranze. A Roma, durante l’ultimo comizio, quasi un presentimento. Veltroni riflette sul lungo cammino della campagna elettorale: “La bellezza di questo viaggio nell’Italia vera è stata il viaggio in sé, non la meta”.

Una sorta di “comunque vada”: comunque vada abbiamo messo radici, comunque vada abbiamo rotto gli schemi. Radici al Nord dove, accanto allo strapotere della Lega, uscita trionfante da queste elezioni, si fa pure strada una generazione di cittadini in ascolto. O almeno questa è la speranza per il futuro. E poi, gli schemi rotti, la “scelta giusta”, la decisione “di correre liberi, più che soli, liberi di poter finalmente non mediare parole, non attenuare cambiamenti possibili, non rinunciare a ciò che si crede giusto”.

Nel giorno della sconfitta, Veltroni non nomina Prodi. Durante la campagna elettorale non ha rinnegato l’esperienza di un governo che pure ha deluso tanti. “Sono partito da condizioni difficili”, dice e non aggiunge altro. E’ partito disegnando qualcosa che suonasse nuovo, un punto e daccapo che segnasse lo spartiacque politico “tra passato e futuro”. Ha invocato voti per “un’Italia della mobilità sociale e contro i corporativismi asfissianti, l’Italia della ricerca, della scienza, della tecnologia nemica degli steccati ideologici, l’Italia della legalità e non della furbizia, l’Italia che ritrova i valori e l’orgoglio di sé”. E’ andata com’è andata. C’è un’incompiuta, un lavoro da finire. Il Paese moderno “grande e lieve”, il Paese da amare e non da usare”, non si può ancora fare. A botta calda, è un sogno spezzato, si stingono subito le immagini delle feste di piazza a Napoli, Bologna, Milano e Roma, quell’abbraccio gioioso di Veltroni sul palco di piazza del Popolo con la figlia Vittoria.

“Gli italiani non appartengono a nessuno, se non a se stessi – ha detto il leader del Pd – appartengono alla propria coscienza, alla propria mente, al proprio cuore”. Gli italiani hanno deciso così e le sentenze dei giudici non si commentano. Per questo ad un certo punto del pomeriggio ha preso il telefono e ha detto ai suoi: “Adesso chiamo Berlusconi e gli faccio gli auguri”.

(15 aprile 2008)

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